Un titolo lacerante per un componimento apparentemente innocuo. Siamo sicuri? Arrivate alla fine di questo umile tentativo di commento prima di deciderlo.
Quando incontrai per la prima volta questi versi così apparentemente semplici, rimasi folgorato dall’efficacia della ennesima variazione caproniana sul tema “uomo con bicchiere”.
Di tutte questa mi parve una delle più incisive, delle più nette: emanava qualcosa di semplice ed inesprimibile come sempre, che vibrava alle mie corde immediatamente, anche senza coglierne appieno le sfumature o gli eventuali significati. Una natura epigrammica: zero parole difficili, nulla di pretenzioso, aria dimessa eppure un sentore nettissimo di complessità.
Poesie difficili. Esempio: cos’è il bicchiere?
Partiamo dai dati basilari. Il bicchiere è un contenitore trasparente di liquidi. Ci permette di portarli alla bocca. Tra il contenitore e il contenuto il rapporto gerarchico parrebbe evidente: il bicchiere serve al succo, alla sostanza liquida. Ma senza bicchiere anche la sostanza sarebbe difficile da avvicinare. La fonte è lontana.
Appena questo genere di rapporti elementari vi appare sufficientemente chiaro, sostituite la dicotomia bicchiere/liquido con la seguente: nome/sostanza. Otterrete un trattato di filosofia racchiuso in questi versi.
Ma la questione non si limitata alla filosofia, o alla semantica o alle speculazioni del pensiero sui termini, sul linguaggio e sulla realtà. No: …queste cose (fondamentali anche per chi decide legittimamente di ignorarle) non sfiorano la maggior parte degli uomini. Ma tutti toccano un bicchiere e bevono.
Facile come bere un bicchier d’acqua.
Tutti vivono, che ci vuole, basta esserci. Ogni corpo contiene la vita di un individuo. Tutti gli esseri sono il bicchiere di sé stessi alle prese con l’esistenza. Il mio corpo tangibile è il mio bicchiere. Chi beve, e che cosa? Questo è quel che penso: ipotesi, …teorema.
Il mio corpo beve il suo tempo.
Me lo porta alla bocca.
…
Lasciamo stare. Reminiscenze leopardiane: …la speculazione sulla vita allontana dal vivire e l’intellettuale arriva ad invidiare la natura dell’uomo semplice, se non il privilegio dell’idiota.
Torniamo al bicchiere (il contenitore) e alla sostanza (il contenuto). Nella ricerca di un teorema che sacrifichi l’una o l’altra cosa, o anche solo nella pura esperienza (senza ricerca alcuna) trascorre il tempo dell’essere, passa una vita. La mia, la tua.
Per questo forse ogni teorema è vile: si sottrae in un caso o nell’altro alla considerazione dell’uno o dell’altro termine; o più semplicemente è vile perché qualsiasi statico definitivo teorema in merito all’essere vale ben poco.
L’essere in ogni caso è un problema che passa. Certo, si ripresenta, nella vita del prossimo essere al mondo. Quella dell’uomo che regge il bicchiere. Quel tale che appariva “All’osteria” (titolo di un altro capolavoro in quattro versi all’interno de “Il franco cacciatore”). Quel tale che…
Guardava il bicchiere. Fisso.
Quasi da ridurlo in schegge.
Sapeva che il bicchiere dura
più di chi in mano lo regge?
Qui, ora, in questo squarcio, lo stesso individuo si ritrova nell’identica situazione. Cerca un teorema per una situazione di vitale importanza; affiora però una disperazione che non sembra più tanto “calma” come ai tempi del “Congedo del viaggiatore cerimonioso” (lontani anni Sessanta…). E un elemento ulteriore complica la scena. La sua mano che trema.
Forse, teorema o non teorema, quella è l’ultima goccia.
Buon ascolto.
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Una terza fuori luogo
Una terza nota per ringraziare le cinque persone che leggono questo audioblog e per scusarmi se ultimamente gli aggiornamenti sono stati più radi. La vita fa di tutto per distrarci da quel che amiamo e ogni tanto ci riesce. La bella notizia è che il Festival Internazionale di Poesia di Genova, ha invitato il sottoscritto a chiudere l’edizione 2012 con letture in onore del centenario della nascita di Caproni, la sera del 17 giugno prossimo. Un evento significativo, come lo è il fatto che la città più cantata da Giorgio Caproni non abbia dimenticato la ricorrenza centenaria di un suo figlio eterno, per quanto d’adozione. Quanto a me che avrò questo onore, sarò lì nelle vesti di un corpo parlante, una semplice cassa in carne ed ossa pulsante. Uno strumento. Un passante.
Vi aspetto.
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