46 – UN NIENTE

Uno dei componimenti più belli in assoluto. Per ora solo: buon ascolto.

Inserito in Audio, II - LA MUSICA, Il Conte di Kevenhüller (1979 - 1986) | Etichette , , , | Lascia un commento

Una terza fuori luogo

Una terza nota per ringraziare le cinque persone che leggono questo audioblog e per scusarmi se ultimamente gli aggiornamenti sono stati più radi. La vita fa di tutto per distrarci da quel che amiamo e ogni tanto ci riesce. La bella notizia è che il Festival Internazionale di Poesia di Genova, ha invitato il sottoscritto a chiudere l’edizione 2012 con letture in onore del centenario della nascita di Caproni, la sera del 17 giugno prossimo. Un evento significativo, come lo è il fatto che la città più cantata da Giorgio Caproni non abbia dimenticato la ricorrenza centenaria di un suo figlio eterno, per quanto d’adozione. Quanto a me che avrò questo onore, sarò lì nelle vesti di un corpo parlante, una semplice cassa in carne ed ossa pulsante. Uno strumento. Un passante.

Vi aspetto.

Inserito in Commenti a margine, Eventi | Etichette , , , , , , | Lascia un commento

Due note fuori tempo

Fuori tempo ma non fuori luogo: un paio di annotazioni relative alla sezione MUSICA, al suo inizio, riportato qui: Strumenti dell’orchestra.

La prima nota è per sottolineare come l’attacco del primo componimento della sezione Musica abbia nell’incipit celato un accordo: “LA QUARTA di un violoncello…” (per i non musicisti: si tratta di un accordo di LA in cui risuona RE – quarto grado della scala di LA). Il sapore caratteristico di questo accordo è quello di un senso di sospensione, in attesa di qualcosa che segue… Sospensione sarà il titolo dell’ultima poesia che chiude la raccolta. La sospensione è anche una delle figure retoriche (ellissi) più ricorrenti in Caproni: quella dei punti di sospensione.

La seconda nota fuori tempo rimanda ad un altro straordinario componimento in tema musicale, costruito ad accordi: si tratta del primo dei due “svolazzi finali” de Il muro della terra (1975).

Cadenza

Tonica, terza quinta,
settima diminuita.
Rimane così irrisolto
l’accordo della mia vita?

Inserito in Commenti a margine, II - LA MUSICA, Il Conte di Kevenhüller (1979 - 1986) | Etichette , , , , , , | Lascia un commento

45 – RINUNZIA

Inserito in Audio, II - LA MUSICA, Il Conte di Kevenhüller (1979 - 1986) | Etichette , | Lascia un commento

44 – OH CARI

Tutti quegli “io”.
(“Quasi mai io”).

Inserito in Audio, II - LA MUSICA, Il Conte di Kevenhüller (1979 - 1986) | Etichette | Lascia un commento

“La caccia della lingua” (Giorgio Agamben 1990)

“La caccia della lingua” di Giorgio Agamben (Il Manifesto, 23 gennaio 1990)

Dopo la lettura del Conte di Kevenhüller (1986), avevo mandato a Caproni queste note sulla feroce «caccia della lingua» che era il tema ossessivo del suo libro. Era come se il poeta che aveva restituito la lingua italiana all’intatta purezza di una canzone siciliana o stilnovista, avesse ora spezzato la propria musica per misurarsi all’altra – e più terribile – potenza della parola.

L’opera di Caproni resta per me – con quella di Penna - il punto più alto raggiunto dalla lingua e dalla poesia italiana del Novecento.

Nella Bibbia il cacciatore per eccellenza è il gigante Nemrod, lo stesso cui la tradizione attribuisce il progetto della torre di Babele, la cui cima doveva toccare il cielo. L’autore del Genesi lo definisce «robusto cacciatore di fronte a Dio» (10.9), (anzi, «contro Dio» secondo la versione latina più antica, detta Itala) e questa sua qualità venatoria era così essenziale da esser passata in proverbio («da qui nacque il proverbio: come Nemrod robusto cacciatore di fronte a Dio»).

In Inferno 31Dante punisce Nemrod per il suo «mal coto» con la perdita del linguaggio significante («che così è a lui ciascun linguaggio / come ‘l suo ad altrui, ch’a nullo è noto»): egli può soltanto proferire suoni privi di senso («Raphaél may améch zabi almi») oppure, come cacciatore, suonare il corno («…anima sciocca / tienti col corno, e con quel ti disfoga»).

A che cosa ha dato la caccia Nemrod? E perché la sua caccia è «contro Dio»? Se la punizione di Babele è stata la confusione delle lingue, è probabile che la caccia di Nemrod avesse a che fare con un perfezionamento artigianale dell’unica lingua degli uomini, che doveva schiudere alla ragione un potere senza limiti. Questo almeno lascia intendere Dante, quando, per caratterizzare la perfidia dei giganti, parla de «l’argomento della mente» (Inf., 31.55).

È un caso che lo stesso Dante presenti, nel De vulgari eloquentia, la sua ricerca del volgare illustre costantemente attraverso l’immagine di una caccia («cacciamo la lingua» I.XI; «la nostra caccia» I, XV; «ciò che cacciamo» I, XV)e che la lingua così inseguita sia assimilata a una bestia feroce, a una pantera?

Alle origini della nostra tradizione letteraria, nell’immagine della caccia, la ricerca di una lingua poetica illustre si pone così sotto il segno inquietante di Nemrod e della sua caccia titanica, quasi a significare il rischio mortale implicito in ogni ricerca sul linguaggio che voglia in qualche modo restaurarne lo splendore originario.

La «caccia della lingua» è, insieme, tracotanza antidivina, che esalta il potere raziocinante della parola, e amorosa ricerca che vuole invece porre riparo alla presunzione babelica. Ogni serio impegno umano nella parola deve sempre confrontarsi a questo rischio.

Nella poesia dell’ultimo Caproni, questi due temi si stringono fino a coincidere nell’idea di una caccia ossessiva e feroce il cui oggetto è la parola stessa, e che unisce in sé la sfida del gigante biblico ai limiti del linguaggio e la pietosa venazione dantesca. I due aspetti del linguaggio umano (la nominazione di Nemrod e l’amorosa ricerca del poeta) sono ora diventati indistinguibili e la caccia è davvero un’esperienza mortale, la cui preda – la parola – è una bestia che, dice Caproni, «vivifica e uccide» e che, «mansueta e atroce», torna forse per l’ultima volta a vestire il mantello screziato della pantera dantesca (ma una «pantera nebulosa» e «suicida».

La parola si rivolge ora alla sua stessa potenza logica, dice sé, e, in questo estremo gesto poetico, afferra solo la propria insensatezza, appare soltanto nel suo dileguare. La «tuba» che si sente vibrare «in eco» nella musica interrotta dell’ultimo Caproni è l’ultima smorzata risonanza dell’«alto corno» farneticante di Nemrod, del «robusto cacciatore di fronte a Dio».

Inserito in Commenti a margine | Lascia un commento

43 – SQUARCIO

Un titolo lacerante per un componimento apparentemente innocuo. Siamo sicuri? Arrivate alla fine di questo umile tentativo di commento prima di deciderlo.

Quando incontrai per la prima volta questi versi così apparentemente semplici, rimasi folgorato dall’efficacia della ennesima variazione caproniana sul tema “uomo con bicchiere”.

Di tutte questa mi parve una delle più incisive, delle più nette: emanava qualcosa di semplice ed inesprimibile come sempre, che vibrava alle mie corde immediatamente, anche senza coglierne appieno le sfumature o gli eventuali significati. Una natura epigrammica: zero parole difficili, nulla di pretenzioso, aria dimessa eppure un sentore nettissimo di complessità.

Poesie difficili. Esempio: cos’è il bicchiere?

Partiamo dai dati basilari. Il bicchiere è un contenitore trasparente di liquidi. Ci permette di portarli alla bocca. Tra il contenitore e il contenuto il rapporto gerarchico parrebbe evidente: il bicchiere serve al succo, alla sostanza liquida. Ma senza bicchiere anche la sostanza sarebbe difficile da avvicinare. La fonte è lontana.

Appena questo genere di rapporti elementari vi appare sufficientemente chiaro, sostituite la dicotomia bicchiere/liquido con la seguente: nome/sostanza. Otterrete un trattato di filosofia racchiuso in questi versi.

Ma la questione non si limitata alla filosofia, o alla semantica o alle speculazioni del pensiero sui termini, sul linguaggio e sulla realtà. No: …queste cose (fondamentali anche per chi decide legittimamente di ignorarle) non sfiorano la maggior parte degli uomini. Ma tutti toccano un bicchiere e bevono.

Facile come bere un bicchier d’acqua.

Tutti vivono, che ci vuole, basta esserci. Ogni corpo contiene la vita di un individuo. Tutti gli esseri sono il bicchiere di sé stessi alle prese con l’esistenza. Il mio corpo tangibile è il mio bicchiere. Chi beve, e che cosa? Questo è quel che penso: ipotesi, …teorema.

Il mio corpo beve il suo tempo.
Me lo porta alla bocca.

Lasciamo stare. Reminiscenze leopardiane: …la speculazione sulla vita allontana dal vivire e l’intellettuale arriva ad invidiare la natura dell’uomo semplice, se non il privilegio dell’idiota.

Torniamo al bicchiere (il contenitore) e alla sostanza (il contenuto). Nella ricerca di un teorema che sacrifichi l’una o l’altra cosa, o anche solo nella pura esperienza (senza ricerca alcuna) trascorre il tempo dell’essere, passa una vita. La mia, la tua.

Per questo forse ogni teorema è vile: si sottrae in un caso o nell’altro alla considerazione dell’uno o dell’altro termine; o più semplicemente è vile perché qualsiasi statico definitivo teorema in merito all’essere vale ben poco.

L’essere in ogni caso è un problema che passa. Certo, si ripresenta, nella vita del prossimo essere al mondo. Quella dell’uomo che regge il bicchiere. Quel tale che appariva “All’osteria” (titolo di un altro capolavoro in quattro versi all’interno de “Il franco cacciatore”). Quel tale che…

Guardava il bicchiere. Fisso.
Quasi da ridurlo in schegge.
Sapeva che il bicchiere dura
più di chi in mano lo regge? 

Qui, ora, in questo squarcio, lo stesso individuo si ritrova nell’identica situazione. Cerca un teorema per una situazione di vitale importanza; affiora però una disperazione che non sembra più tanto “calma” come ai tempi del “Congedo del viaggiatore cerimonioso” (lontani anni Sessanta…). E un elemento ulteriore complica la scena. La sua mano che trema.

Forse, teorema o non teorema, quella è l’ultima goccia.
Buon ascolto.

Inserito in Audio, II - LA MUSICA, Il Conte di Kevenhüller (1979 - 1986) | Etichette | Lascia un commento