“Tutte le poesie” (Garzanti 1983), recensione di Gian Luigi Beccaria

Recensione di Beccaria, G.L., L’Indice 1984, n. 1

Giorgio Caproni, Tutte le poesie.
Gli Elefanti, Ed. Garzanti, Milano 1983.

La recensione si trova riportata qui.

La poesia è (pare un assurdo) quanto di meno irrilevante, di più terrestre e di maggior tenuta circoli tra gli uomini, e proprio oggi, in una civiltà che promuove l’oggetto, invece, di rapido consumo, l’oggetto-lusso, l’oggetto destinato a cambiare, destinato a essere utilizzato. Il più inutile (la poesia appunto) è proprio quanto continua a restare, quello che è cambiato di meno, da Omero a oggi: di tutti gli oggetti (e non solo artistici) il meno provvisorio. Un libro come quello di Giorgio Caproni, che raccoglie tutti i componimenti suoi scritti in un cinquantennio di attività (1932-82), è lì a dimostrarcelo, nel suo volume, nella sua consistenza, nella sua altezza suprema.

A questo libro (non ne sono usciti poi molti in Italia, nel Novecento, di pari altezza) è delegata la dimostrazione di quanto or ora dicevo, e la dimostrazione della tenuta grandiosa che ha inoltre la poesia di fronte a tanto inesorabile cancellarsi, oggi, di identità individuali e collettive, di fronte al progressivo sgretolarsi di ogni etica personale e comunitaria. E forse, tanto più perché in Caproni la dimensione sociale, l’ideologia istituzionalizzata è “sentita fuori della storia e come privatizzata” (Mengaldo): soltanto sopra tutto la vita di tutti i giorni è, nella sua poesia, il luogo dell’autenticità, della totalità della vita.

Fisica e metafisica

La poesia di Caproni, nelle prime raccolte, è tutta fisica-esistenziale; nell’ultime, metafisica. Ma vi corre un filo di continuità. È entrato con naturalezza, prima nell’elegia della vita quotidiana e nel fantastico del ricordo (sua madre giovane e Livorno, ne “Il seme del piangere”), poi, nella maturità, con altrettanta naturalezza, nei luoghi misteriosi dell’Aldilà e dell’altrove (“Il muro della terra”, 1964-75; “Il franco cacciatore”, 1973-82). Una naturalezza, prima nei versi in origine musicali, poi nel quasi parlato della scansione netta, nei versi più incisi. Un’essenzialità prima nel cantabile, poi nella sentenza. Nessuno come lui ha saputo prima cantare e narrare insieme, poi narrare e continuare a cantare, insieme.

Narrazione esistenziale

Narrare: ma non c’è alcun dubbio che la poesia è traffico coll’inconscio, e che poesia non è lucidità raziocinante, esposizione, prosa. Eppure, se le sensazioni oscure sono per il poeta le più interessanti, è a condizione che le renda chiare: “se percorre la notte – scriveva Proust -, lo faccia come l’Angelo delle tenebre, portandovi la luce”. La luce a Caproni viene anzitutto dalla linea esistenziale (e non orfica) della sua lirica, che partecipa direttamente un’esperienza, una biografia, e quell’esperienza, quel suo vivere, comunica in parola “fraterna”, non ingolfata nei labirinti del manierismo, nell’esasperazione della tecnica, nel feticismo del significante. Il lettore medio difatti non si è forse arreso talvolta alla poesia contemporanea come di fronte a un gioco di parole che non lo informano più? Caproni invece coinvolge tutti, l’addetto e il lettore meno provvisto di sapienza critica. È una delle grandi eccezioni novecentesche in questo senso.

Indenne tra le mode

Con l’incanto popolare della sua pronuncia attira chi principia a leggerlo, e più non lo lascia. Caproni, fedele al principio della continuità della poesia, anche negli anni in cui avanguardie sembravano averne svuotato la stessa idea, è passato indenne tra le mode. È difficilmente classificabile (“uno degli uomini più liberi del nostro tempo letterario”: così Pasolini, il primo ad averne parlato compiutamente in un saggio). Con imperterrita coscienza del suo dono (l’essere poeti, è prima di tutto – dice – una qualità quasi fisiologica) ha continuato a produrre versi che da cinquant’anni circolano, sono letti, aperti a tutti, amati, consumati, e non solo da pochi intendenti sacerdoti dell’ineffabile.

Senza ricadere nel solenne

Senza ricadere nel solenne, nel classico, ha tenuto fermo un aggancio forte con la tradizione e con la popolarità: popolarità e tradizione di struttura anche, se pensiamo al punto d’attacco che Caproni ha mostrato con la ballata antica, coi modi del melodramma, con la canzoncina arcadica, una canzonetta rinata robustamente nei suoi versi brevi, e l’assunzione della rima facile e insieme sapiente. E poi la popolarità, il quotidiano delle situazioni: forse soltanto Saba ha saputo nel Novecento, come Caproni, rappresentare con altrettanto disincanto ambienti popolari, o la città in certe ore del giorno, l’alba soprattutto, i rumori, i suoi sapori, colori, odori.

Senza ricadere nel solenne, dicevo, è riuscito, non negli esordi soltanto, ma ancora nelle ultime cose, a ricercare e a proporre la dizione, la costruzione del discorso poetico, con una forza di concentrazione formale inarrivabile (oggi soltanto Zanzotto sa costruire come lui sonetti in tensione, compatti e snodati, di inarcatura unica). Certo, pochi come Caproni sanno chiudere un sonetto, ma soprattutto, come ancora notava Pasolini, aprire una lirica, con tensioni interiettive subito sorprendenti. Solennità, e nello stesso tempo raso-terra, semplicità di una quasi-prosa nei suoi versi melodici e parlati, squisitezza e facilità, fine e popolare magistralmente congiunti.

Musica nuova eppure tonale

Caproni ha tardato rispetto a coetanei suoi (è nato nel ’12: compagni di generazione, Attilio Bertolucci, Vittorio Sereni, Mario Luzi; Sinisgalli, Libero de Libero, Alfonso Gatto sono di qualche anno maggiori) ad entrare nel gusto della critica ufficiale. La sua poesia è apparsa facile a volte, innocente, quasi povera, cantabile, d’istinto (“Mia mano, fatti piuma: / fatti vela; e leggera / muovendoti sulla tastiera, / sii cauta. […] Sii arguta e attenta: pia. / Sii magra e sii poesia / se vuoi essere vita./ […] sii fine e popolare…” ” Battendo a macchina”). In effetti il suo ritmo è anche spezzatura e segmentazione artefatta, scarto fonico e ritmico, dissonanza improvvisa, dinamismo e turbine, apparenza di cantabilità e di facilità: un procedere franto ma tenuto su da iterazioni che accumulano tensione. ” Trascinante dolcezza” (Raboni). La tradizione melodica del tradizionale s’intarsia di oralità, di parlato. Caproni fa musica nuova senza abbandonare il tonalismo.

Il primo Caproni

L’antologia garzantiana del ’76 è oggi quasi introvabile. Il nuovo volume edito ancora da Garzanti ci dà ora la possibilità (con l’aggiunta degli inediti “Versicoli del controcaproni” e dei meno noti “Erba francese”) di ripercorrere il cammino intero del poeta. Il più quotidiano delle situazioni, delle occasioni, il più semplice dello stile, o i più intensi e drammatici interrogativi ultimi (la ricerca e l’inutilità della ricerca di Dio, alla fine del libro) compongono un itinerario poetico di grandiosa estensione. Nelle prime raccolte, una geografia, una toponomastica precise (la mirabile Livorno dell’infanzia, la Genova struggente della giovinezza), e il gusto intenso del vivere, dei colori nelle vie animate, e la capacità di “epopea” anche nel casalingo, e di registrazione dei più minuti dettagli del comportamento, senza scadere neppure per un attimo nell’annotazione, tantomeno in squarci di cronaca (Calvino ci ricordava quell’intera strofa del “Congedo del viaggiatore cerimonioso” dedicata al gesto di togliere la valigia dalla reticella e posarla nel corridoio all’avvicinarsi della stazione), e, sempre, una grazia narrativa inarrivabile.

Il secondo Caproni

Nelle due ultime raccolte, invece [l’articolo è del 1984, Il Conte di K. uscirà nel 1986. – Ndr], il grande tema della poesia e della filosofia contemporanea, il nulla, esposto senza enfasi, magniloquenze. Nichilismo calmo, senza retorica, riservatissimo. Torna il tema allegorico del viaggio, caro a Caproni. Un viaggio che lo porta in nessun luogo, o in posti nebbiosi, assurdi, vuoti, di cui non si può aver notizia, “luoghi non giurisdizionali”: è il regno dei morti senza resurrezioni, il regno dove dovrebbe stare un Dio inesistente, un regno vuoto, terra desolata, di paesi distrutti, abbandonati, dove regnano immobilità e silenzio, salvo il vento. Un luogo buio. Dopo il buio non c’è luce. Dio è raggiunto attraverso la sua negazione, in questa proclamazione poetica del nulla. Eppure la radicale asserzione d’inesistenza non ha nulla in Caproni di amaro , di disperato […]. Sono versi in cui Caproni si congeda dal mondo, si avvicina al confine, un confine che non lo separa da nulla, che non divide lui vivo dalla speranza di un Dio negato.

Frontiera

La sua è la religione del vuoto, descritta, commentata con dizione mirabile in luoghi di frontiera, in terre di nessuno dove s’incontrano soltanto guardiacaccia, osterie solitarie, cacciatori sconosciuti, e tutto è solitudine, dolore, addio di un uomo ancora in viaggio o in fuga.

Gian Luigi Beccaria, L’Indice 1984, n. 1 (La recensione si trova riportata qui).

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