17 – IO SOLO

Personaggi. “Alcuni Io. / Quasi mai io.”

Eccone qui uno, di questi Io. Ci si para di fronte limpidamente, dal titolo. Ci regala un indizio preziosissimo, proprio un attimo prima di andarsene. Un indizio inequivocabile. Lo spiattella lì, perché non ci sfugga, in posizione chiave: in chiusura.

Sembra non aggiungere molto, dapprima, a quel che già sappiamo circa la Bestia assassina, a quali siano i suoi effetti, a come (non) si manifesti, con quali “infinite contorte tracce” riesca a sviarci.

Lui, questo “Io” (non necessariamente l’autore) sa e rivela, con un tono che ricorda quasi quello del romanzo giallo: “Io solo, con un nodo in gola,/ sapevo.” Quel nodo in gola, a ben guardare dice già molto. Il nodo s’ingarbuglia nell’orifizio deputato all’emissione della voce. Voce che nell’uomo può essere eloquio. Può dare un nome alle cose e diventare simbolo e sostituire l’oggetto, richiamandolo alla mente di chi lo ascolta anche quando l’oggetto non c’è. Un suono che può essere parola, esce dalla nostra gola.

La Bestia si rintana esattamente lì. Dietro la parola.

Anzi: dietro la Parola con l’iniziale maiuscola come nel testo originale. Quindi dietro una Parola con certe sue belle pretese. Ad esempio la pretesa di essere e definire, di veicolare il Significato, rappresentandolo e rendendolo chiaro. Ingenuità di chi non sa quale Bestia sia e come sappia ammazzare.

A questo punto della caccia il lettore torna sui suoi passi a rieleggere tutti i versi (le tracce) lasciati alle spalle. Gli risuonano diversi: alcune nebbie si allargano proprio mentre si raddensano. Ma almeno adesso abbiamo un indizio. La Bestia sta dietro la Parola.

Alla luce di questo conviene accertarsi se per caso non se ne stia dietro ogni parola, anche quelle in apparenza più innocue e insignificanti (o forse proprio lì, per sviare i sospetti). Ne prendo una a caso e la smonto, come una specie di ispettore Colombo.

Sono colpito da questo passo centrale: “La Bestia che sotterraneamente / – falsamente mastina – / ogni giorno ti elide.” Perché “falsamente mastina”, perché una posizione così evidenziata, dentro la spezzatura caproniana, quasi in cornice.

All’apparenza non pare poi così oscuro il senso. Un mastino può essere feroce… Falsamente mastina starà per falsamente feroce. Quindi mansueta, una Bestia innocua, malgrado l’apparenza. Già mezzo rassicurato indago, per scrupolo, le sue tracce dietro la parola, come suggerisce la soffiata del tizio.

Per guardare dietro la parola c’è un microscopio (scientificamente fallibile e non sempre certo): l’etimologia. Porto questa mastina sotto la lente e scopro che mastino è la contrazione volgare di mansuetinus, parola latina che definiva il cane di casa, addomesticato, distinguendolo da quello feroce e libero, da branco.

Il nodo in gola mi attanaglia come il suo morso: falsamente mastina si ribalta e mi ringhia in faccia con il suo verso esattamente opposto: sta per apparentemente innocua. Ferocissima. Simultaneamente mi uccide all’istante rendendomi atrocemente vivo.

Abbiatene paura.

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