Bologna, 30 settembre 2011: notte bianca di letture al Bartleby

Lo spot radiofonico di Radio Città Fujico dedicato alla nottata.

La registrazione della diretta radiofonica è disponibile qui.

Grazie

Alle 2:00 della notte bianca ho avuto l’opportunità di presentare al pubblico degli universitari del Bartleby di Bologna questo mio progetto. Ringrazio gli organizzatori per l’invito, graditissimo. Ringrazio le persone, numerose ed attente, che hanno seguito da vicino le evoluzioni (non facili e non scontate) della nostra inutile e vitale caccia alla Bestia, fino alle 3:00 del mattino circa. Spero di avere meritato la loro attenzione. Se così non fosse, il limite è solo mio, non certo della parola di Giorgio Caproni.

Ho abbandonato il mondo dell’Università il 26 febbraio 1996, giorno della mia tesi di laurea in Storia della Lingua Italiana, in via Balbi 5 a Genova.

Senza rimpianti

Ero al topico crocicchio del diavolo in una piana polverosa battuta dal vento: di fronte due strade. A quel tempo il mio progetto di esistenza proiettava una brillante carriera accademica sul telo bianco e disteso del cinema d’essai del mio futuro. Avevo una tesi di ricerca apprezzatissima, un piano di studi d’altri tempi, passione, entusiasmo e una certa predisposizione nella didattica e in altre faccende d’inchiostro. Sguazzavo felice nel mio mondo di carta. Male che vada, mi dicevo, farò il professore.

Incrocio, 1996

Non era ancora in voga l’effige di “precario”; all’epoca si usava “incerto” per dire incerto e pareva tutto sommato normale, un attributo anche questo perfettamente omofono alla condizione esistenziale del singolo sul piano naturale dell’esistenza nel mondo.

A questo bivio, due strade incerte (come tutte le strade oneste). Da una parte il prolungamento a tempo indeterminato della vita dello studente squattrinato in trasferta, affitto ecc., una prospettiva rosea di 800 mila lire al mese (400 euro) nel caso avessi mai vinto un dottorato (rari e all’italiana) ed eventualmente, poi, magari, circa un decennio di questo passo. Lo sanno già. E’ il tempo medio, “fisiologico” (mi dissero) necessario, da trascorrere pazientemente in attesa “magari” di un concorso pubblico.

“Magari” uno di quei bei concorsini in sordina e su misura, rari e mirati, a favore di certi candidati, pure loro rari e mirati, all’italiana. O un bel concorsone di quelli oceanici e disperati per folle di opachi aspiranti a stipendi fissi, anch’essi disperati e opachi, anche questi (scommetteteci) tipicamente all’italiana.

Sono queste le mitiche, mitologiche, prospettive del “Pubblico” nel Bel Paese: il carrozzone di immobilismo e feudalesimo che paghiamo per esserne schiavi, invocandolo ai referendum come soluzione dei mali, e che detestiamo per quanto insensato e però speriamo di diventarne parte.

Ma torniamo all’incrocio. Questa è una. L’altra strada è il sentiero scombinato verso il nulla. Il vuoto.

Bellissimo

Incerto (“precario”) quanto l’altro ma almeno questo è mio. Cosa c’è di meglio che arredare il vuoto, per sgangherato che sia, con cose che sei tu a scegliere. C’è questo di bello nel nulla e nel vuoto che ti si para in faccia dopo l’università in Italia o in qualsiasi altro caso: che – passata la vertigine – lo si può riempire a piacimento non appena l’effetto panico scende e si scioglie come un cubo di ghiaccio in gola. Diventa acqua fresca. Se hai sete dopo un po’ comincia a far piacere.

Giuro che mai…

1996. C’era di fresco e di nuovo nel mondo (c’è sempre qualcosa di fresco nel mondo: sta solo a noi volerlo o non volerlo guardare), c’era questa cosa, “internet”.

Non ne so niente. Anzi, ho anche giurato più volte, con una mano sul cuore e una sul Don Chisciotte, che mai sarei sceso alle prese con l’orrido dell’informatica, mai avrei corrotto il mio animo purissimo con le lordure dell’adware, mai avrei speso i miei occhi acuti su testi che non fossero il frutto di menti più ampie di quelle che imbrattano di formule i manuali del software.

Presto detto: tra il portaborsato in attesa del favore di qualcuno e quello che dal cilindro del nulla avrei tirato fuori di mio, ho scelto il nulla mio tutta la vita.

Da lì a scoprire che un codice HTML era assai meno complesso di un codice del Cinquecento (di cui mi nutrivo normalmente a pranzo e a cena) fu un attimo. L’epilogo è scontatissimo, ma se serve eccolo: non che sia stato un attimo veramente, ma in un paio d’anni duri mi sono dato (io) un lavoro, un reddito (non fisso ma in media pari), uno straccio di prospettiva e i soldi da spendere per comprarmi le chitarre e gli amplificatori che avevo in mente che mi servivano per registrare (pagando) il prossimo disco. E così via.

Volevo anche registrare (pagando) un progetto che ho in mente da anni, dedicato a Giorgio Caproni… Ma questa storia è superflua, è sotto i vostri occhi.

“Por su bien, mi creda…”

Quello che non ho detto e vorrei dire a quegli studenti universitari che oggi sono più o meno alle prese con le identiche questioni di 20 anni fa (30, 40, 50 anni fa), perché in Italia le questioni hanno questo di certo: sono eterne, irrisolte e peggiorano. Sicuro e assodato.

Quello che vorrei dire ai ragazzi del Bartleby col più profondo affetto, già così gentili ad avermi invitato e accolto,  se mai avessi ancora per un attimo facoltà di parola e pensiero e fossi degno del loro ascolto, è questo: carino il vostro slogan, con i suoi tre imperativi.

“Libera spazi. Condividi sapere.
Reclama reddito”

Liberate spazi. Come il vostro, ce ne fossero! Condividete saperi. Meglio se i saperi altri da quelli che tutti noi sappiamo già (…). Ma soprattutto vi prego, almeno voi, questa volta che è il vostro turno di dire una cosa magari diversa dai vostri padri e dai vostri nonni, con tutta la convinzione e la freschezza degli attori alla ribalta ora sulla scena del mondo.

Almeno voi che adesso ci siete in mezzo, ancora per poco forse, e sognate in modo ancora limpido un qualche epilogo buono, un lieto fine momentaneamente osteggiato da qualche barone cattedratico che ebbe il suo scranno per investitura divina e ciao, non si schioderà mai.

Se avete linfa nuova per questo sistema di clientele ramificate detto Italia, un paese di muffa atavica senza aria nuova mai, perché nemmeno chi soffoca la vuole, dove anche i milionari piangono miseria e reclamano credito in cambio di fuffa. Almeno voi…
Date invece di chiedere.  Cambiate finale allo slogan, fate che sia dirompente davvero.

Reclamate MERITO

L’Italia pullula di figurine senza né arte né parte che ora guadagnano perché reclamavano reddito, nei consigli cittadini provinciali regionali nazionali: vi piacciono? I baroni delle università sono lì anche loro perché reclamano reddito, solo che non lo scrivono sui muri dei loro uffici. Il che non cambia ovviamente la sostanza della cosa.

Se scoprite che il Re è nudo, contestatelo duramente, con tutte le forze. Non tradite il fatto che sotto sotto anche voi correreste alla sua corte per portargli la foglia di fico (non credo sia così!). Lasciatelo nudo. Tirategliela in faccia la sua nudità con la sacrosanta sfrontatezza di una parola sola, durissima, come quella dei bambini: “perché”?

Cosa hai fatto tu per essere lì? Meriti il posto che occupi? Come ci sei arrivato? Lo sai fare il tuo lavoro? Male, bene o così così? Come mi ripaghi delle tasse che ti pago? Quanto ti impegni davvero (…ricercatore, dottore, professore, rettore) per il ruolo che rivesti e sottrai ad altri? Come lo hai avuto? Dio lo vuole? Ereditario fino a quale generazione? E se la risposta non è nei fatti reclamate un cambiamento, protestate, fatevi sentire. Agite.

Ma protestate duro per avere il meglio, non per avere anche voi le pantofole infilate di straforo sotto il cadreghino e tirare a campare. Attenti perché dal finale dello slogan che usate l’impressione che se ne ricava è questa.

Se ripudiate la violenza, non agite violentemente. Se ripudiate il privilegio non reclamate privilegi. Ripudiate ciò che detestate. Non ambite a farne parte. Se no sarà sempre per tutti l’eterna fine.

Mistero fitto

Tra parentesi. Me lo chiedo dal 1996. Perché gli studenti di tutta Italia sul piede di guerra contro tutte le maggioranze di Governo e tutti i Ministri dell’Istruzione, farlocchi più, farlocchi meno, che scendono in piazza in corteo in lotta aperta contro lo Stato, sotto sotto ambiscono a diventare statali? Ditemi che non è così.
Dipendenti statali: …I have a dream.

Occhio ai sogni: si avverano

Se reclamate reddito senza reclamare merito, e se per convinzione o per azzardo un bel dì ve lo danno (per qualche demagogico gioco di una parte qualsiasi) è facile che si verifichi una delle seguenti condizioni (o più condizioni insieme), non che io ve le auguri:

1) Il vostro reddito-diritto slegato dal merito sarà un vostro privilegio: lo pagheremo caro e lo pagheremo tutti. Non credo la battaglia contro i privilegi possa prevedere come fine ultimo la conquista dei privilegi stessi. Senza contare che un giorno nessuno potrà più pagare per nessuno.

2) Diventerete degli scaldaprotrone tali e quali quelli che ora detestate. E questo sarebbe per voi il male peggiore.

3) Chi ve lo farà cadere dall’alto, il vostro reddito-diritto-acquisito senza alcun merito, vi terrà sempre per le palle e voi potrete solo illudervi di essere liberi e magari anche giusti. Esiste in ampie regioni dello stivale ridens una condizione simile in atto: si chiama voto di scambio.

4) Col vostro reddito-diritto ottenuto per “reclamo” (come un oggetto smarrito all’ufficio preposto) slegato dal merito, avrete smesso crescere come individui, avrete smesso di confrontarvi, tentare, sbagliare, fare e disfare ed essere curiosi. Quali saperi condividerete? La vita sarà noiosa come una stanca giostra di frasi fatte. E si torna al punto 2: sarete il mondo che detestate.

Siate rivoluzionari

Quando i tempi cambiano chi non cambia e si ostina a radicarsi nel passato è un reazionario, un conservatore, un fanfarone. Reclamare privilegi non ha mai portato fortuna a nessuno. Guardate le corti spagnole del ‘600, quelle francesi del ‘700. Guardate i regimi di ieri e di oggi fondati sugli slogan di qualsiasi colore. Servono solo ad imbrigliare (imbrogliare) la vita dei singoli con il potere di chi dispensa poltrone. Fatemi capire: voi vorreste davvero un posto di lavoro garantito? E da chi, di grazia? …Belle fòle d’altri tempi, amici. C’è un sacco da fare.

A me pare che il sole dell’avvenire, la cosa che proprio non si è mai vista e non accenna ad albeggiare a queste latitudini, che potrebbe forse minimamente scalfire il pachidermico flaccido putrido immobile Leviatano Italia, è il merito. Niente altro. Grazie.

Se mai lo vedeste di striscio, cavalcatelo. Non abbiatene paura.

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  1. Bruno Dorella

    La triste realtà è proprio quella che illustri. “Sono bravo, ma per me le porte sono chiuse perché non ho agganci. DATEMI GLI AGGANCI! APRITEMI LE PORTE! FATEMI ENTRARE!”. Poi entrano, e fine della protesta, anzi mandano a manganellare quelli che protestano contro di loro per gli stessi motivi. Certo, uno su mille è davvero bravo. E proprio per questo, come te, troverà una strada, probabilmente ALTRA, nella vita.
    Buona Notte
    Bruno

  2. Giovanni Succi

    Ciao Bruno, grazie! Moltissimi sono bravi davvero: solo che non lo sanno. Se solo provassero a farcela da soli, lo saprebbero. Considerare di non dover per forza dipendere da qualcuno, non è nell’orizzonte dei ventenni, come a suo tempo non lo era nel mio. L’incasellamento culturale esiste, a tutte le latitudini del pensiero ed è orribilmente comodo e rassicurante. Obnubila. Ma con un minimo di coraggio se ne esce. Tutta la grottesca retorica e l’abuso del termine degli ultimi vent’anni non possono aver sputtanato del tutto il significato profondo della parola “libertà”.

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