25 – L’ONOMA

Nel calcolo della sequenza dei componimenti di questa che sarebbe stata la sua ultima opera, l’autore deve aver deciso a questo punto di lasciar tirare il fiato al lettore che fin qui l’avrebbe seguito nel fitto dei versi sulle tracce della Bestia.

Così, dopo la poesia che più di ogni altra ha definito (e dunque perso) la preda, intitolata direttamente a LEI, Caproni inserisce tre componimenti brevi, che risuonano di una sottile ma inconfondibile (auto)ironia.

Il primo è altisonante e lapidario nel titolarsi a caratteri cubitali con il termine che abbiamo lasciato tra parentesi all’ultimo verso della pagina precedente (l’ónoma). Non solo il titolo ma anche il primo verso è ora tutto suo, ed è giocato su un’allitterazione semplice e memorabile, nello stile del maestro:

“L’ónoma non lascia orma.”

Se quindi ci è sfuggita prima, ora non abbiamo più nemmeno una pista. Il nome svanisce nel nulla, non lascia traccia. Eppure la letteratura sembrerebbe lasciare traccia dell’uomo. Forse. Ma la letteratura non è l’uomo che la lascia: la lettera è la traccia, il lenzuolo del fantasma. Potremmo passare il resto della vita a cercare Giorgio Caproni attraverso questo inchiostro; è e sarà per sempre perso. Buffo: ma non è esattamente questo (niente altro) il destino di chiunque? Scrivente o meno.

“È pura grammatica.”

Lei, la Bestia, il nome, il suono, l’essenza, il vaassapere… Non è che un insieme ordinato di norme e convenzioni che usiamo per fraintendere meglio quel poco che avremmo da dire. La grammatica, la bella forma. Volatile, mai certa. Fallibile, solo apparentemente logica. Buffo: sembra la nostra stessa esistenza.

“Bestia perciò senza forma.”

E un po’ ce l’eravamo data che questa Bestia cangiante (leone-drago-geco-ameba) non avesse una sua forma stabile, precisa, univoca, netta, definita. Aria, acqua. La Bestia non ha forma.

Sono a Venezia. Fermata vaporetto Accademia, Canal Grande. Sono al Guggenheim, nei giardini, di fronte ad un muro. Impalato da dieci minuti davanti a una scritta al neon, quasi sepolta dall’edera:

Se la forma scompare la sua radice è eterna“.

In quel momento ignoro di chi sia la frase. (Di un poeta persiano del 1200, Gialal al-Din Rumi. Per gli amici: Rumi). L’opera è di Mario Merz e mi guarda. Mi chiede: …se la Bestia non ha forma, la sua radice è eterna? Pare di sì. Pare anzi che il fatto stesso che la radice sia eterna, la renda ancor più inafferrabile. Ancor più…

“Imprendibilmente erratica”

Tutto torna. Torno anch’io.

Col vaporetto.

Pare di sì.

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