29 – ALL’AMICO APPOSTATO

Uno dei componimenti brevi più celebri della raccolta, in grado di colpire immediatamente qualsiasi uditorio. Si noti il riferimento ai sensi coinvolti nell’azione: prima l’udito. Poi la vista. Essendo il verso suono, “presta bene orecchio, /amico, a quel che ti dico.”

Poi arriva il verbo mirare. Verbo protagonista della poesia italia da Dante a Leopardi, giusto per darne solo precedenti illustrissimi. Il verbo torna in Caproni coscientemente carico della tradizione ma virato alla luce del Novecento: mirare è per noi soprattutto l’azione che precede lo sparo con un’arma da fuoco.

Prendete tutti questi significati stratificati nel verbo e riferiteli al soggetto lirico. Cosa altro fa il poeta se non mirare a sé stesso sempre? Caproni mette in guardia. Non lo fare. Non ti ri-mirare nello specchio. Non sparare a te stesso. Supponendo magari di puntare ad altro. Non farlo. Eppure: è inevitabile. Unico esito possibile. (Forse).

La scena (in soli quattro versi) ricorda qualche dinamica da maestri del cinema, con l’assino e la vittima in un labirinto di specchi. Spari, frantumi, altri riflessi.

L’esecuzione vocale, come l’esecuzione materiale del delitto-suicidio, tenta di approdare alla glacialità dell’osservazione speculare, spogliandosi il più possibile di qualsiasi pathos. Nella mia personale visione, un lavoro da killer di professione.

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