49 – LA PORTA

Nell’ultima opera composta (strutturata) in vita da Caproni, c’è questo testo cruciale. Chi ha bazzicato il mezzo secolo di versi dell’autore, sa bene che porte, portoni,  soglie, serrature, sono ricorrenti; quante figure fotografate nell’istante infinito e quotidiano di aprire o chiudere un portone, varcare l’ingresso dello scompartimento del treno o il cancello dell’ascensore o la porta dell’osteria (a partire dai primissimi versi di Come un’allegoria, scritti da un Giorgio ventenne); quante ne potremmo contare.

Allo stesso modo sono innumerevoli i passi caproniani dedicati alla rima. La rima che per Caproni è solidità, struttura, armonia, ritmo, sempre “battente”.

La porta e la rima. Questi due miscrocosmi di significati, a ben guardare (e sicuramente qualcuno avrà ben guradato anche meglio di me) si completano e si compenetrano. Sono intercambiabili; sono la stessa cosa.

Battenti.

Da un punto di vista puramente lessicale e terminologico il battente ritmico della rima genera l’immagine del battente della porta (…o viceversa, chi può dirlo). Di fatto in Res amissa (la raccolta incompiuta e postuma successiva al Conte di K.) troviamo un passo eloquente in merito a questa supposizione. Quattro versi, quasi oracolari alla maniera dell’ultimo Caproni, capaci di schiudere un universo incredibilmente vasto e complesso.

Verità inconcussa.

La rima vulvare: la porta
cui, chi n’è uscito una volta,
poi in perpetuo bussa.

Che sia questa la chiave? Qui appare evidente la valenza alternativa di rima come termine anatomico. Rima vulvare è puro lessico specialistico: il margine dell’organo sessuale femminile. La soglia tra l’interno e l’esterno. Le labbra, di una cavità. Appare anche un nesso evidente all’oralità: rima in anatomia indica genericamente il labbro di un varco, ferita o piaga in un tessuto; così come la rima è un fenomeno fonetico orale o, impropriamente diremmo, labiale in un linguaggio poetico. Per azzardo potremmo ricordare come la rima poetica sia proprietà specifica del volgare rispetto al latino. Il tratto distintivo della letteratura poetica della nostra era, dopo la fine della classicità latina.

Lingua madre. Rima volgare; rima vulvare.

Dunque “rima” è il centro di tutto di tutto l’universo caproniano: ma in un senso ben più complesso dell’accezione solita. “Rima” è il rimando al passaggio cruciale: quello nel tempo. Da una rima vulvare (…rima-madre? Ricordate Anna Picchi?si nasce per entrare nel sistema finito del tempo concesso, dal quale usciremo, di certo. Ma la verità su questo ultimo passo è negata a chiunque. Per cui: busseremo invano in eterno, alla porta della verità; busseremo con il suono battente delle rime (del linguaggio: con la parola) sulla soglia dell’inconoscibile. La soglia (una porta) che è una parola essa stessa. Di qui si parte e qui si resta. Condannati ad esperire ciascuno per sé la propria uscita, senza poterla condividere o esprimere. Mai.

I muratori lo sanno.

Un’ultima annotazione. Sentirete nel testo la porta detta “condannata”. Indagando il linguaggio settoriale dell’edilizia, si scopre che viene comunemente detta condannata una porta da chiudere, murare o abbattere. Tutti i muratori lo sanno. Io l’ho scoperto qui.

Buon ascolto.

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