VERSI VACANTI

Ricordi  LA PREDA? “La preda che si raggira / nel vacuo…”. Eccola qui r-aggirarsi ancora, nell’arco di questi brevi versi che se non risalissero alla metà degli anni Ottanta sembrerebbero scritti per Twitter.

Sarà quella stessa preda (la Bestia) che qui raggira ancora sé stessa nel vacuo; nel vuoto di questi versi vacanti (mancanti). Versi che stanno fuori dal LIBRETTO e da LA MUSICA e si incontrano solo qui, quasi in prossimità dell’uscita, nella sezione ALTRE CADENZE.

Versi che non sapevano bene dove andare (vacanti come vaganti?). Versi che hanno tutti qualcosa a che fare con l’andare.

Un paio di note lessicali prima di proseguire.

…Si aggira? …Raggira? …Si raggira!

Caproni scelse magistralmente l’espressione “si raggira nel vacuo” al posto di un generico “si aggira…” conferendo all’azione una specularità straordinaria di significato, attraverso la semplicità estrema di una consonante: la preda non si aggira… E non r-aggira solo chi la sfida: essa è imprendibile a sé medesima, inganna la propria forma per prima; la preda (la Parola, come vedemmo allora) è fatta di nebbia. Si r-aggira. Ma qui la Parola sembra scomparsa (vacante) e si direbbe quasi che si stia parlando d’altro… Alla fine del viaggio. Che la Bestia sia la Vita? Che sia già quasi finita?

In piena disperanza.

Disperazione, no. Speranza nemmeno. Di-speranza: neologismo caproniano tra i più felici, orecchiabili e profondi. La disperanza che rende allegro il “povero negro”, in una cadenza che qui assume i colori del blues.

RAGGIUNGIMENTO.

…Dove vai Giorgio?!
…Non lo vedi che l’erba finisce lì?

PAESAGGIO.

LA VIPERA: LA VITA. Si guardano, si identificano quasi, si equivalgono, si annullano. Come tutto ciò che in Caproni è doppio. Il doppio in Caproni non si somma mai: si elide, casomai.

ALL LOST.

Qui la voce “disperanza”. Un blues di una sola stanza.
Mi ricorda una canzone di un amico… Pavese Cesare o Bezzato Gianrico.

VISTA.

Si naviga, a vista. Verso dove. Verso il confine. Oltre  il confine? Il confine del verso? L’ultimo dei luoghi non giurisdizionali caproniani, sta per arrivare davvero, adesso. Qui Caproni dice: “guardo davanti a me”. Incipit immortale. Talmente assoluto che pare banale.

Chi sgama un Leopardi ci vede giusto.

Quando in versi qualcuno dice di guardarsi davanti, l’occhio vede immediatamente di dietro e nella tradizione italica spunta immancabilmente Leopardi, la siepe e l’infinito assaporato per contrasto. E guarda caso: …anche in quel frangente ricorreva il termine vago. Ma ai tempi di Leopardi il vago non risuonava di vacuo, solo di indefinito: il vago non era ancora del tutto vuoto.

Cosa vedi Giorgio?

Ecco dunque a noi uno sguardo contemporaneo sul nulla davanti: un albero comune e solitario. Un fiume indefinito che scorre (all’infinito), si presume verso un suo estuario. Un cartello, primo segnale umano, chiaro, comunicativo: una scritta! …e infatti è nebuloso (nella sua pretesa di chiarezza informativa), dal tono prosaico. Pubblicitario? Un messaggio talmente inutile che rasenta il beffardo.

La parola serve. Praticamente a niente.

Che vuol dire? Solo il confine, è detto, per adesso. Non che di più sia mai dato sapere. Lo sapevamo già. Staremo a vedere. Di certo qui, a parte il verso, non ci si finge più niente; e neanche naufragare sembra dolceE si ricorda il suono, l’eco di un ultimo sparo, come di ritorno da quella caccia ormai lontana che ora risuona un po’ goffo: …solo un ultimo, quasi patetico, tiro di schioppo.

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