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GALANTERIE

A RINA

Nella storia di Giorgio Caproni c’è una donna di nome Rina. Sua sposa.
Nella storia di Giorgio Caproni c’è un amore di nome rima. Sua rosa.
Senza di loro niente sarebbe quello che è. Quello che è, sarebbe niente.
Rime ricche, si dicono in gergo tecnico: Rina/rima; come albero/albero.

INTERROGATIVO

Le cime più alte del pianto menano a qualche cosa?

CITAZIONE

Come anche piangere a lungo in solitudine?

I BACI

Le capitali rase (risentite nel secondo dei Tre improvvisi sul tema la mano e il volto) qui nelle Galanterie tornano a dispensare baci da cartoline.

DUE MADRIGALETTI
I – Appassionatamente.
II- Sempre con cuore.

In Galanterie la musica è musica leggera virata in ironia. Il rapporto tra nome e corpo risolto in canzonetta. Ma dentro c’è tutto. Compresa la fine, il trapasso. E l’ignoranza innocente di un sasso.

MARTINA

(alla Signora Bianca d’Amore). Se qualcuno sa cosa sia il marratano, lo dica.

LAUDETTA (a Rina)

Le Galanterie si aprono su Rina e si chiudono su Rina.
Rina la donna, la sposa, la madre, l’amica, la base, la vita.
La sola giusta parola: la rima.

In Res Amissa (la raccolta postuma) troveremo ennesime dichiarazioni d’amore come questa, PER L’ONOMASTICO DI RINA RIBATTEZZATA ROSA:

[…] Mia rosa sempre in cima
ai miei pensieri…
Mia rima
sempre in me battente…
Fonda e dolce…
Quasi
– in me – flautoclarinescente.

Ed era sempre e ancora musica.

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62 – SMORZANDO

Così va il mondo. Tre giorno dopo, una pagina dopo… tutto è lontano. Il suono del mondo è smorzato. La MUSICA del libretto dissolve in uscita. L’operetta è finita. L’ultimo brano sfuma. Le ultime scintille alzate dal vento la notte, sulle creste montuose remote, le abbiamo intraviste. Qui finisce.

SMORZANDO è un modo musicale. L’orchestra suona ma scende di dinamica, in punta di piedi. Si allontana da sola dalla scena sonora. Resta fermo chi ascolta. Lei se ne va.

Allude a tutto un restante trambusto sonoro (rumore) che riguarda già altri: …altro da fare, da dire, inseguire…

Lontano si spara, si lotta, si ama… Si intuiscono altre generiche scene di caccia. Si intuiscono come? Al soffio del vento del tempo; il tempo soffia, ha un suo vento. Vento del tempo tra le foglie sonore (come nell’Infinito leopardiano).

Vento e tempo che porta.

Vento e tempo che soffia.

Vento e tempo che passa.

(…E quasi orma non lascia.)

Silenzio.

61 – CATENE

7 gennaio 2012 – 7 gennaio 2013

Era mia intenzione racchiudere l’esecuzione del poema tra queste due date. L’alfa e l’omega del centenario della nascita di Giorgio Caproni.

Dissolvenza.

CATENE è il lais de Il Conte di Kevenhüller. Il lascito, il testamento. Senza colpi di scena, come in un ciclo normale, arriva alla fine. Non esattamente alla fine del libro, che proseguirà con altri testi sistemati da Caproni fuori cornice. Altri testi dei quali – lo annuncio – non mancheremo di occuparci e dare lettura fino alla conclusione dell’opera intera, in un arco di tempo indefinito, suppongo entro l’anno in corso. Ma per ammissione dello stesso Caproni, riferita in confidenza a Luigi Surdich e da quest’ultimo riportata di recente al sottoscritto (a riconferma dell’evidenza), il LIBRETTO e LA MUSICA sono la cosa. Il poema. Il resto, lungi dall’essere mancia, segue come contorno o appendice.

CATENE è uno dei testi che più lasciano il segno eppure, paradossalmente, è fatto di nebbie. Gioca sulla dissolvenza dei fulcri tematici fin qui adoperati, sulla dissolvenza stessa del verso. Eppure sul termine VERSO si batte e ribatte, tre volte, in tre movimenti precisi.

Il primo. Siamo passati dal sentimento della sera (Abendempfindung è il titolo di questa sezione) alla quasi notte, ormai imminente ma non ancora piena. Ultimi movimenti della musica. Poi: dissolvenza e fine.

Ma prima, ancora un istante al di qua di quella fine (da dove è possibile ancora raccontare l’esperienza, non dopo) ecco il resoconto dettagliato di quello che resta.

Abbiamo fatto fuori la Bestia che ha fatto fuori noi; abbiamo fatto fuori tutti quegli “io”, quei nomi. Ora faremo fuori anche quel che resta: faremo fuori i suoni.

Verso la notte. / Quando / […]

“Il vento alza ancora scintille / sulle creste” delle cime più alte delle montagne: lo sguardo punta quelle rocce e a quelle baluginanti scaturigini del fuoco. Inarrivabili, ma visibili, ancora. Altri segnali d’alta quota arrivano ora.

Verso / la pietra dura, dove / risuona il passo […]

Il sonoro non manca mai in Caproni: ecco i nostri passi sulla pietra dura, dove tutta l’erba a cui si alludeva, ricorrente nei viottoli e campi nell’arco di tutto il poema, ha lasciato posto al lichene.

[…] e cresce / solo il lichene.

La vastità e la varietà del prato si è fatta muschio che cresce e resiste (“solo”: solamente o solitario?) sulle ultime pietre.

Altro VERSO e la visione si abbassa di colpo: a strapiombo dall’alto, guardiamo il letto del fiume: il fiume è l’acciaio. Lo stesso acciaio di lame fredde che aprivano il LIBRETTO ed erano uno dei motivi ricorrenti.

Verso / l’acciaio del fiume.

Quello che ci tiene legati è fatto della stessa materia di quello che ci separa. L’acciaio delle catene; l’acciaio della lama.

Acciaio / che sa di catene…

Una lunga sospensione. Poi – dal silenzio bianco del foglio – il fulcro caldo del componimento: le braci vive del sangue! E per quanto tenaci e infiammabili siano le braci, non sono certo più fiamme. Ma scaldano ancora (termine chiave) e bruciano vive.

Di tutte le braci vive / del sangue, […]

Il fulcro caldo del testo si è fatto di ghiaccio, è già gelido nel giro dello stesso verso, in forma speculare. Specularità che come sempre in Caproni non si somma in doppio ma si elide in un vuoto.

[…] poche bacche / rosse nel gelo.

Da ultime gocce di sangue a bacche nel gelo. Quanta concretezza di immagini in versi così glaciali e radi. Quelle scintille lontane sulle creste continuano. Amori, ardori e slanci, imprese, frane, avventure e cacce… Alzate dal vento del tempo. Poi, qui, questo:

Poche / smarrite ortiche.

Quelle stesse erbacce pungenti che trovammo (in sinestesia magistrale) nell’udito dei morti (23 – OSPETTO). Il silenzio si fa più vicino.

Resta altro?
Altre riminiscenze del corpo?
Cos’altro. Oltre il silenzio.

(“…E un ricordo / – troppo vago – di vene.)

Ipotesi vaga, tra parentesi; …sommessamente.

Ipotesi che neanche si sente.

60 – IL NOME

Eccolo, preso di petto: come davanti allo specchio. Il nome. Che cosa resta, prima o dopo il nome (è lo stesso) di noi? Nei nostri ricordi di individui singoli e irripetibili restano migliaia e migliaia di frammenti vaghi; centinaia di ore nitide; qualche decina di giorni netti, i nostri più memorabili eventi. Il prato apparentemente sempre verde del presente, a tratti affollato di gente.

Nel ricordo dei conoscenti saremo una nube vaga di gesti e di voce, di sguardi, movenze; magari di cose dette al volo in un bar, chissà quando. Dove.

Nel ricordo dei figli saremo una costellazione di atti con una voce da sentire mai più e forse decine di episodi, di segno diverso, vissuti in condivisione, irradianti sentimenti pungenti. Uno sciame di gesti precisi e dettagli del corpo, insignificanti per chiunque al mondo non sia nostro figlio.

Se mai avremo nipoti, saremo racconti sbiaditi per lo più di seconda mano, narrazioni di altri; racchiusi in una manciata di dettagli che restano netti giusto il giro di una vita. Mio nonno ha fatto due guerre, mi raccontava le fiabe ma io volevo sapere delle battaglie. Mi preparava il latte al mattino e aspettava con me il pulmino giallo della scuola sulla strada polverosa. Aveva occhi azzurri d’acqua e nessun dente in bocca. Poi è sparito in un letto d’ospedale. Rannicchiato come una larva.

Larva. Qualcosa che nasce e dà vita. Ma etimologicamente anche il fantasma (nella sua accezione latina).

Oggi io porto il suo nome (Giovanni Succi) e la sua larva, sono l’ultimo depositario del suo fantasma. DI quella persona che al mondo per me fu mio nonno. Padre di mio padre. Di tutto quel che lui fu, oggi resta questo. Un nome. Una icona. Che sono io, per ora. Ancora per poco. Una mezza vita.

Farò come lui la stessa fine. Ammesso che io abbia mai nipoti.
Di noi (eroi e figuranti: tutti a prescindere dai ruoli, noti o ignoti nella storia) questo resta. Un nome. Una icona. Che alla fine divora tutto quel che siamo stati in vita. Siamo stati la persona? (Qui l’etimologia suggerisce un personaggio, un’altra maschera). L’icona ci inchioda a pochi dati. Con maestria infinita Giorgio Caproni questa icona, a sua volta, la inchioda (le si ritorce contro, ci prova) così: FAMELICA.

Come la bestia.

59 – ABENDEMPFINDUNG

W. A. Mozart, K 523 (1787) Lied “Abendempfindung” (“Sentimento della sera” riportato anche con dedica “an Laura”), su testo di Joachim Heinrich Campe, in Fa maggiore. Nell’interpretazione di Elisabeth Grümmer (1911-1986), grande soprano.
Un canto lieto, amaramente ironico per un finale prossimo.

Lieto fine.

Il componimento che Caproni intitola Abendempfindung dà il nome a tutta la sezione finale della raccolta; sezione che, dopo Versi controversi, comprende tutti i brano da Di un luogo preciso descritto per enumerazione in poi. Dunque è cruciale. Va a chiudere. Vediamo come.

Non c’è sembianza – è detto – / che affermi la sostanza.

Il testo di Abendempfindung si apre con una affermazione secca e asciutta in puro stile caproniano: uno di quei versi che sulla carta di ‘poetico’, nel senso comunemente inteso, non ha proprio niente. Una affermazione fredda, precisa e metallica. Come una chiave. Una chiave di volta. Una chiave di lettura. Infatti eccola qui, in apertura. La chiave di una serratura (indizi chiari in 37 e 38). La serratura, questa volta, di un vecchio portone in legno massiccio e pesante, cigolante, che tra poco ci chiuderemo alle spalle.

Una chiave apre.

In un verso riassume tutta l’opera. Non solo Il Conte di K.; tutta la propria Opera in versi: il suo lascito. Quello del più grande poeta del Novecento italiano che, ancora una volta in controtendenza con qualsiasi corrente del secolo suo, diffida e dispera del potere della parola. Dando solo per certo questo: fallisce.

Più chiaro di così?

Potessero imprimersi questo concetto bene in fronte quanti (troppi) insistono, per pigrizia mentale a catalogare la poesia di Giorgio Caproni come ermetica. Come se fosse un sostantivo generico che significasse qualcosa, a parte la loro ignoranza. Quando l’ermetismo come corrente novecentesca attribuisce alla parola in sé capacità quasi divinatorie. Mentre Caproni dice a chiare lettere: la parola (in quanto sembianza) fallisce continuamente la propria missione, non porta a nessun significato fermo o dato di realtà, a nessuna cosa, perché non ne afferra la sostanza. Eppure resta l’unico strumento, l’unica fallibilissima arma. Questa è la condanna. Questo incide lapidariamente nei propri versi (non in remoti saggi critici a margine), ripetutamente, Giorgio Caproni.

Detto questo, che dire?

Lo sguardo spazia e la lingua prova a dire. Dove? Sull’acqua: si riparte dal pelo dell’acqua; dove un rondone, con il suono del suo grido, lima la sfera del globo.

Il suono scolpisce gli elementi, a cominciare dall’acqua, elemento che è in grado di rendere anche visivamente l’idea dell’onda (sonora). Immagine semplice e sublime: l’acqua sferica (qui detta col dantesco e latineggiante spera) limata dal suono (la lima è metallo) stridulo di un uccello in volo. Acqua sferica, sineddoche del pianeta. Nota bene: tutto questo impiegando due settenari (versi di sette sillabe) e il nome di un volatile. Caproni maestro assoluto del minimo per il massimo, del poco per il tutto.

Due alianti altissimi.

Seguendo il rondone lo sguardo trova nel cielo anche qualcosa di umano: di semplicemnte e teneramente umano. Due alianti: il volo senza rumore dell’uomo. Fragile e silenzioso. Eppure un volo. Gli alianti sono due. Uno sarebbe stato troppo ‘eroico’ o troppo solo.

Lo sguardo ridiscende.

Incontra le montagne: più precisamente la cima. Una sola, nera e spigolosa, stagliata netta nel cielo della sera. Una come la vita. Una come il pianeta che si finge una stella (Venere), il pianeta della dea che si specchia in sé stessa, Venere la doppia che si elide: stella del mattino e stella della sera. Insieme inizio e fine.

Il portone si chiude.

Con cautela. Il sentimento della sera però non se ne resta dalla parte opposta della nostra barriera. L’androne risuona, umido vuoto e scuro. Il mondo è fuori. La notte è dentro. Il sentimento della sera in Caproni è il senso nettamente percepito della fine. Un sentimento freddo, composto ma di un umido senza scampo.

La mia preghiera.

Perdutamente e senza revoca alla divinità meno certa. L’unica che resta. Buon ascolto.

“In perpetua corsa”.

Riporto qui, a distanza di tempo, come promesso, a margine de IL FLAGELLO, un passo di un ottimo articolo di Elisa Donzelli scoperto oggi per caso, che proprio oggi fa al caso mio. Ne cito una parte ringraziando infinitamente l’autrice. Ripercorre (tra le altre cose, e ne consiglio una lettura per intero) le tracce di alcune fonti all’ispirazione caproniana per l’allegoria della Bestia. La lettura è lunga ma prometto gran ristoro al fondo.

Le fonti dell’ispirazione, come è normale, saranno state in sinergia con il tema già a lui caro della caccia, le leggende del Gevaudan, l’Avviso del Conte del 1792 ecc. Qui se ne scoprono radici ancor più lontane. Legate alle prime letture e ad un episodio vivido della sua giovinezza. Giorgio Caproni ultrasettantenne rielabora, magistralmente nella sua ultima composizione, infatuazioni e riminiscenze del ventenne che fu solo ieri.

Tracce della Bestia sull’erba.

Indizi odierni del giallo. Un poeta francese amato in gioventù; un suo libretto di poesie appartenuto a Caproni ventenne; una traccia di rossetto a pagina 17; una ragazza amata e persa, morta troppo in fretta; una cerva, apparsa sull’erba; reminiscenze di un sonetto del Petrarca. Una Bestia sfuggente, sempre, unica preda degna.

Fine anni Venti: Dante in edicola.

Dall’articolo di Elisa Donzelli: “[…] Il “baco della letteratura” Caproni diceva di averlo preso alle elementari, anni di “miseria nera” durante i quali leggeva Dante in un’edizione a dispense comprata dal padre in edicola. Giovanissimo, oltre ai classici e ai contemporanei, aveva scoperto i filosofi cui si era unita la passione precoce per la poesia straniera. L’elenco sarebbe lungo ma […] spicca il nome di un poeta francese [di Arras ndr] della generazione di Ungaretti, Pierre Jean Jouve, cui in Italia non si presta grande attenzione.”

Dunque tra le prime letture del Caproni in erba, spicca il nome (piuttosto sconosciuto in Italia) di un grande poeta francese Pierre Jean Jouve.

Rete di coincidenze.

Ancora Elisa Donzelli: “Tra gli scaffali del Fondo Marconi [a Roma, ndr] è nascosto un libretto di Jouve, Per esser gai come Titania, [appartenuto a Caproni ventenne ndr] che Aldo Capasso aveva pubblicato nel 1935 traducendo alcuni dei versi più incisivi del poeta di Arras. Dico nascosto perché il profilo sottile della Collezione degli “Scrittori Nuovi” di Emiliano degli Orfini [editore ndr] (la stessa che nel 1936 avrebbe accolto, grazie a Capasso, l’esordio poetico di Caproni Come un’allegoria […]) rischia di essere messo in ombra da volumi più corposi […] di un grande autore del Novecento francese.”

Tracce di rossetto sul foglio.

“[…] Quell’edizione curata da Capasso ha qualcosa in più rispetto agli altri volumi della Biblioteca. Chi si appresta a sfogliarla troverà tra le pagine ingiallite alcuni appunti che Caproni aveva segnato a margine dei testi. Fino a qui nulla di nuovo perché i libri del Fondo Marconi si presentano proprio così: note, pensieri, versi interrotti e scritti a mano con una grafia cuneiforme. Ma nel libretto di Jouve accanto alla poesia diciassettesima, sotto la traccia sbiadita di un rossetto rosso depositato sul margine del foglio, Caproni aveva scritto a matita un appunto veloce che a tentare di rileggerlo appare più o meno così:

‘Il segno rosso è un bacio di Olga datovi a Neiron[…] in una giornata di serenità’. Perché cadde proprio in questa poesia? E per di più è 17esima (17 febbraio amandoti, 27 febbraio peggiorando, 7 marzo morta a 27 anni!)’.”

Olga bacia la pagina 17.

Di Olga Franzoni, prima fidanzata del poeta morta in Val Trebbia nel 1936, la critica ha parlato molto. A quella ragazza, da poco scomparsa, Caproni aveva dedicato la prima edizione di Come un’allegoria [1936] e l’ultima poesia di Ballo a Fontanigorda. L’episodio della sua morte l’aveva ricordato nel racconto Il gelo della mattina, iniziato nel 1937 e simile allo Jouve di Dans les années profondes del 1935.”

Per i filologi dei secoli dopo.

Parentesi. Struggente immaginare un giorno di serenità di due ventenni degli anni Trenta (chissà dove: …sull’erba?) con un libretto di un oscuro poeta francese, e lei che gli lascia (per sempre) una traccia delle sue labbra su una pagina.
Oggi quel libro è conservato a Roma, nel Fondo Marconi, per i filologi dei secolo dopo.

“Poi il nome di Olga era scomparso ma la sua ombra era tornata a vivere nei Sonetti dell’anniversario del 1942 e nei versi di E lo spazio era un fuoco entrambi ambientati in una Roma di rovine e macerie dove il rossetto di quella ragazza spargeva, in incognita, i suoi segni febbrili […]. Oggi, grazie al libretto di Jouve conservato nel Fondo Marconi, la sua immagine di ragazza-lettrice scavalca ulteriormente l’eterno femminino della tradizione lirica italiana per mostrare una nuova natura camaleontica.”

I versi della pagina 17.

“Secondo Ungaretti in Jouve “l’amore si converte in morte spaccato dal peccato” e Risi […] ha aggiunto che per salvarsi l’uomo “esteriorizza i fantasmi che lo divorano”. Lo confermano i bestiari jouviani che riesumano la cerva di Petrarca e che inscenano il passaggio di una misteriosa bestia:

“Una bestia ammirabile dalla coscia segreta
Passa sulla terra infinitamente ferita –
Piaga di sangue spumeggiante e fresco –
Esso mi trascina, lo sento, fuori della città”.

[…] La Bestia con la ‘B’ maiuscola, si sa, è uno dei grandi temi dell’ultima stagione poetica caproniana ma, rileggendo questo articolo, viene il sospetto che all’anagrafe proprio lei, “(l’ónoma) che niente arresta”, fosse stata registrata sotto il nome di Jouve.”

Cerva, Laura, Olga, Bestia.

(Non a caso un titolo simile è qui). Sottolineerei nell’illuminate passaggio, come l’autrice stessa riveli che l’anagrafe riporti ancor prima una paternità a Petrarca (…e da lui, per ignoranza mia, sicuramente a qualcun altro prima). La cerva fu già allegoria dell’apparizione di Laura (si noti tra i versi del sonetto a seguire il senal provenzale del ramo d’alloro o lauro, segno che ne scherma e rivela la presenza sulla scena). Laura che forse, oltre che donna, fu allegoria ella stessa. Se così non fosse non sarebbe giunta a noi.

Una cerva superba, libera e imprendibile. Vista per un istante. Persa per sempre. Francesco dice: io caddi in acqua e lei sparì. Ce lo racconta così.

Francesco Petrarca, dal Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta), sonetto 190
(qui un pdf del testo con traduzione inglese)
 

Una candida cerva sopra l’erba
verde m’apparve con duo corna d’oro,
fra due riviere all’ombra d’un alloro,
levando ’l sole a la stagione acerba.

Era sua vista si dolce superba
ch’ i’ lasciai per seguirla ogni lavoro,
come l’avaro che ’n cercar tesoro
con diletto l’affanno disacerba.

“Nessun mi tocchi,” al bel collo d’intorno
scritto avea di diamanti et di topazi.
“Libera farmi al mio Cesare parve.”

Et era ’l sol già vòlto al mezzo giorno,
Gli occhi miei stanchi di mirar, non sazi,
Quand‘ io caddi ne l’acqua et ella sparve.

Inseguirò la mia cerva.

Perché l’ho vista sparire. Appare e scompare in tutte le vite. Se l’hai vista non puoi non lasciare per seguirla ogni lavoro. Alla luce di questo, se vi va, se non siete esausti dopo una battuta di caccia un po’ troppo lunga (…se avete avuto la forza di leggere – reggere – fino a questo punto!), riascoltiamo i versi finali della prima parte de IL FLAGELLO (41), dove appariva controluce proprio lei, subito persa eppure: sola preda degna.

“Da inseguire sempre / da inseguire ancora / fino ai laghi bianchi del silenzio”

Ma questo è Paolo Conte: …è della partita? Come no, sui titoli di coda. Verso la fine. Ci sta.

57 – L’OMBRA E IL CANTO

Siamo verso la fine. Tutto evapora o si cristallizza. Ci imbattiamo in uno dei passi apparentemente più enigmatici, in cui risuonano alcuni dei termini ricorrenti nei versi di Caproni fin dai primi tempi, in più di mezzo secolo di versi diversi (erba in rima ricca con serba, fresco, ombra, canto…).

Ai poeti in erba.

Ultimi versi dell’ultima opera: risuonano complessi è ovvio, chi li ha scritti, a fine vita, non è certo più un poeta in erba. Essere in erba: ecco una immagine immediatamente comprensibile che varrà più di mille note all’ascolto. Come sempre: la chiave per aprire questa porta ce l’avevamo tutti già in tasca.

Caccia persa.

Chiesa, fresco, erba, ombra, canto, mente. Nonostante i pochi termini elementari, l’effetto della composizione è altamente straniante, spiazzante per chiunque ad un primo approccio. La caccia è talmente persa ormai che quasi non ne resta la minima traccia (…non più solo della bestia: anche della caccia stessa). La vicenda o storia si è cancellata da sé e (come da COROLLARIO) anche di questa non resta che una testimonianza morta che vale quanto una fantasia.

Povera mente semplice.

I termini del linguaggio sono di un realismo elementare eppure l’effetto del linguaggio è (…onirico?) semplicemente quello della mente quando dorme. Non solo il sonno (o LA FRANA) della ragione (…ricordate il terrore?) limita la capacità di qualsiasi discorso, anche il suo naturale (ragionevole) limite: “non riesco”. Tutta l’Opera di Caproni è costellata di ammissioni di incapacità.

Ombra del dubbio.

Restano forse abbordabili giusto le parti elementari che per Caproni sono pochi termini esili dal peso specifico immenso, semi di un qualche residuo di senso: lo seminano, lo evocano, non lo rivelano; se ci provano lo perdono. Germogliano e crescono nell’ombra del dubbio e mai subito; bisogna aspettare e osservare che frutto danno, se e quando mai ne daranno.

Equivoco a margine.

Esiti come questo hanno spesso generato l’equivoco del Caproni “ermetico” (oggi scialba  e mortifera etichetta scolastica), ma siamo evidentemente agli antipodi dal culto per le parole-rivelazione che deflagrano di significato e aprono ad un qualche senso iniziatico: siamo anzi alla polverizzazione del linguaggio che si affida per quel poco a pochi umili semi con la consapevolezza che tutti i discorsi di parola falliranno.

Entriamo dentro.

C’è un ennesimo ingresso. L’ingresso al luogo del culto: una sorta d’inerzia che accade all’esistenza in quanto tale. Accade a quella forma elementare di esistenza che è l’uomo o l’erba, che continuamente spunta, muore e spontaneamente si rigenera. I dati sensoriali sono il poco che temporaneamente resta di tutta l’esperienza. Il canto si perde nell’ombra o forse il canto è l’ombra stessa.

Il canto e l’ombra dell’erba.

Possiamo raccogliere un dato di fatto: l’erba produce (ha o fa) ombra e voce.
Risuona un verso lì, nel bel mezzo del tutto, di una semplicità disarmante:

C’era fresco.

Non è difficile. C’era fresco e dunque… E dunque ecco tutto. Resta, di assolutamente certo, questo. C’era fresco.