Categoria: Eventi

Due notti caproniane (#caproni2012)

Invito!

Certo, pare piuttosto fuori moda in Italia oggi, ricordare un poeta. Quello che aveva speso una vita a scordarsi: noi lo ricordiamo, fuori dai banchi di scuola o delle università. Fuori dagli obblighi. Così: quasi una liturgia ma senza pomposità, senza ufficialità di alti patrocini… Frequentando i suoi versi.

Lo faremo con il piacere di farlo e, a quanto pare (…speriamo di essere smentiti!) a questo giro siamo gli unici a farlo. Quindi lo faremo anche perché qualcuno lo faccia.

Quanto all’ubicazione… Il Nostro insegna:
“(Non conta / l’ubicazione. / Il luogo / di stanza – sempre – / è pura immaginazione.)”

E in effetti Nizza Monferrato (Asti) e Arezzo, sono luoghi piuttosto immaginari, casuali.
Saremo lì.

DUE NOTTI CAPRONIANE: IL 6 E 7 GENNAIO 2012.
DOVE?

(“Il dove / non esiste?”)

A Nizza Monferrato, il 6 gennaio 2012

La notte del 6 gennaio 2012 in via Gioberti 7 a Nizza Monferrato, dalle 21:30. Letture caproniane dalle voci di Ileana Spalla, Sergio Danzi e Giovanni Succi. Un brindisi di mezzanotte nei bicchieri da osteria. Proiezioni di immagini di repertorio con protagonista il Nostro e dei Tweet inviati  a  #caproni2012

Ad Arezzo, il 7 gennaio 2012

Nel pomeriggio letture alla libreria Feltrinelli di via Cavour, Arezzo. Ore: 18:30.

La sera del 7 gennaio 2012 ad Arezzo. Evento realizzato grazie a Marco Gallorini e Iacopo Gradassi del Karemaski e grazie a Paolo Benvegnù, che ospiterà un intervento di letture la sera del suo concerto, per festeggiare insieme il centesimo anniversario del nostro maestro elementare.

Al suo funerale nessuno: tranne lui

Cartolina

La ricorderà chi ha ben più di una trentina d’anni: la “Cartolina” di  Andrea Barbato era un programma di dieci minuti su Rai3, verso le sette di sera, prima dei TG, ma soprattutto prima di Blob.

Dunque molti ventenni come me di allora incappavano spesso nella figurina pacata di un tale (Barbato) che inviava ogni sera un suo temino a qualche personaggio in relazione ai fatti del giorno. In attesa di Blob, lo si stava a sentire, facendosi un’opinione.

“Eccheppalle”

Parentesi. Un programma del genere esisteva ancora nei primi anni ’90. Fatto solo di parola: un siparietto di buon senso, bella prosa, ironia sottile. Senza contesa, urla, dar di matto, senza ripetersi ossessivamente addosso ognuno il proprio slogan, uno sull’altro: impensabile oggi.

“Eccheppalle” direbbero Ministri Calciatori Escort ai Direttori Di Rete. Nessuno parla più così. I discorsi con un inizio e una fine “ci hanno rotto i coglioni”. Vanno spezzati dai “vergogna”, “stronzo” e chiusi sempre con un bel “vaffanculo” liberatorio.

Poeta “sfigato”

In breve: ho ripescato per caso sul web (dal Fondo Walter Binni) la “Cartolina” del giorno dopo il funerale di Caproni, gennaio 1990. Andrea Barbato si lagnava (tenerello) col parroco dei tempi e del mondo, per il fatto che al funerale del Nostro non c’era nessuno. Nessun pesce grosso.

Anima candida, ne era stupito! Mentre a sorprenderci oggi è la sua ingenua aspettativa di allora: è così serenamente lampante per chiunque che a Ministri Consiglieri Assessori Ragionieri Odontoiatri (i più alti rappresentanti delle istituzioni, eletti o nominati) oggi non gliene potrebbe fregar di meno di faccende del genere.

Tempo

Ma proprio lì viene il bello, emerge chiaro dalla “Cartolina” dell’epoca (val la pena leggerla): i nomi dei qualcuno che non erano presenti, quelli ai quali si allude, che saranno stati implicitamente chiari a chiunque, oggi sono punti di domanda. Chi erano, a chi si riferiva Barbato?

Non c’era nessuno: a distanza di vent’anni non sappiamo più chi doveva esserci. Gli illustri assenti restano assenti, oggi, tra mille anni. Mentre il nome dell’uomo nella cassa, il nome del mucchietto d’ossa, l’invisibile al presente resta presente; il poeta sfigato (…”echeppalle”, sbotterebbero Ministri e Veline con simpatico impeto di sana franchezza in prima serata), sarà per sempre Giorgio Caproni.

Morto una volta, non morirà mai.

Bologna, 30 settembre 2011: notte bianca di letture al Bartleby

Lo spot radiofonico di Radio Città Fujico dedicato alla nottata.

La registrazione della diretta radiofonica è disponibile qui.

Grazie

Alle 2:00 della notte bianca ho avuto l’opportunità di presentare al pubblico degli universitari del Bartleby di Bologna questo mio progetto. Ringrazio gli organizzatori per l’invito, graditissimo. Ringrazio le persone, numerose ed attente, che hanno seguito da vicino le evoluzioni (non facili e non scontate) della nostra inutile e vitale caccia alla Bestia, fino alle 3:00 del mattino circa. Spero di avere meritato la loro attenzione. Se così non fosse, il limite è solo mio, non certo della parola di Giorgio Caproni.

Ho abbandonato il mondo dell’Università il 26 febbraio 1996, giorno della mia tesi di laurea in Storia della Lingua Italiana, in via Balbi 5 a Genova.

Senza rimpianti

Ero al topico crocicchio del diavolo in una piana polverosa battuta dal vento: di fronte due strade. A quel tempo il mio progetto di esistenza proiettava una brillante carriera accademica sul telo bianco e disteso del cinema d’essai del mio futuro. Avevo una tesi di ricerca apprezzatissima, un piano di studi d’altri tempi, passione, entusiasmo e una certa predisposizione nella didattica e in altre faccende d’inchiostro. Sguazzavo felice nel mio mondo di carta. Male che vada, mi dicevo, farò il professore.

Incrocio, 1996

Non era ancora in voga l’effige di “precario”; all’epoca si usava “incerto” per dire incerto e pareva tutto sommato normale, un attributo anche questo perfettamente omofono alla condizione esistenziale del singolo sul piano naturale dell’esistenza nel mondo.

A questo bivio, due strade incerte (come tutte le strade oneste). Da una parte il prolungamento a tempo indeterminato della vita dello studente squattrinato in trasferta, affitto ecc., una prospettiva rosea di 800 mila lire al mese (400 euro) nel caso avessi mai vinto un dottorato (rari e all’italiana) ed eventualmente, poi, magari, circa un decennio di questo passo. Lo sanno già. E’ il tempo medio, “fisiologico” (mi dissero) necessario, da trascorrere pazientemente in attesa “magari” di un concorso pubblico.

“Magari” uno di quei bei concorsini in sordina e su misura, rari e mirati, a favore di certi candidati, pure loro rari e mirati, all’italiana. O un bel concorsone di quelli oceanici e disperati per folle di opachi aspiranti a stipendi fissi, anch’essi disperati e opachi, anche questi (scommetteteci) tipicamente all’italiana.

Sono queste le mitiche, mitologiche, prospettive del “Pubblico” nel Bel Paese: il carrozzone di immobilismo e feudalesimo che paghiamo per esserne schiavi, invocandolo ai referendum come soluzione dei mali, e che detestiamo per quanto insensato e però speriamo di diventarne parte.

Ma torniamo all’incrocio. Questa è una. L’altra strada è il sentiero scombinato verso il nulla. Il vuoto.

Bellissimo

Incerto (“precario”) quanto l’altro ma almeno questo è mio. Cosa c’è di meglio che arredare il vuoto, per sgangherato che sia, con cose che sei tu a scegliere. C’è questo di bello nel nulla e nel vuoto che ti si para in faccia dopo l’università in Italia o in qualsiasi altro caso: che – passata la vertigine – lo si può riempire a piacimento non appena l’effetto panico scende e si scioglie come un cubo di ghiaccio in gola. Diventa acqua fresca. Se hai sete dopo un po’ comincia a far piacere.

Giuro che mai…

1996. C’era di fresco e di nuovo nel mondo (c’è sempre qualcosa di fresco nel mondo: sta solo a noi volerlo o non volerlo guardare), c’era questa cosa, “internet”.

Non ne so niente. Anzi, ho anche giurato più volte, con una mano sul cuore e una sul Don Chisciotte, che mai sarei sceso alle prese con l’orrido dell’informatica, mai avrei corrotto il mio animo purissimo con le lordure dell’adware, mai avrei speso i miei occhi acuti su testi che non fossero il frutto di menti più ampie di quelle che imbrattano di formule i manuali del software.

Presto detto: tra il portaborsato in attesa del favore di qualcuno e quello che dal cilindro del nulla avrei tirato fuori di mio, ho scelto il nulla mio tutta la vita.

Da lì a scoprire che un codice HTML era assai meno complesso di un codice del Cinquecento (di cui mi nutrivo normalmente a pranzo e a cena) fu un attimo. L’epilogo è scontatissimo, ma se serve eccolo: non che sia stato un attimo veramente, ma in un paio d’anni duri mi sono dato (io) un lavoro, un reddito (non fisso ma in media pari), uno straccio di prospettiva e i soldi da spendere per comprarmi le chitarre e gli amplificatori che avevo in mente che mi servivano per registrare (pagando) il prossimo disco. E così via.

Volevo anche registrare (pagando) un progetto che ho in mente da anni, dedicato a Giorgio Caproni… Ma questa storia è superflua, è sotto i vostri occhi.

“Por su bien, mi creda…”

Quello che non ho detto e vorrei dire a quegli studenti universitari che oggi sono più o meno alle prese con le identiche questioni di 20 anni fa (30, 40, 50 anni fa), perché in Italia le questioni hanno questo di certo: sono eterne, irrisolte e peggiorano. Sicuro e assodato.

Quello che vorrei dire ai ragazzi del Bartleby col più profondo affetto, già così gentili ad avermi invitato e accolto,  se mai avessi ancora per un attimo facoltà di parola e pensiero e fossi degno del loro ascolto, è questo: carino il vostro slogan, con i suoi tre imperativi.

“Libera spazi. Condividi sapere.
Reclama reddito”

Liberate spazi. Come il vostro, ce ne fossero! Condividete saperi. Meglio se i saperi altri da quelli che tutti noi sappiamo già (…). Ma soprattutto vi prego, almeno voi, questa volta che è il vostro turno di dire una cosa magari diversa dai vostri padri e dai vostri nonni, con tutta la convinzione e la freschezza degli attori alla ribalta ora sulla scena del mondo.

Almeno voi che adesso ci siete in mezzo, ancora per poco forse, e sognate in modo ancora limpido un qualche epilogo buono, un lieto fine momentaneamente osteggiato da qualche barone cattedratico che ebbe il suo scranno per investitura divina e ciao, non si schioderà mai.

Se avete linfa nuova per questo sistema di clientele ramificate detto Italia, un paese di muffa atavica senza aria nuova mai, perché nemmeno chi soffoca la vuole, dove anche i milionari piangono miseria e reclamano credito in cambio di fuffa. Almeno voi…
Date invece di chiedere.  Cambiate finale allo slogan, fate che sia dirompente davvero.

Reclamate MERITO

L’Italia pullula di figurine senza né arte né parte che ora guadagnano perché reclamavano reddito, nei consigli cittadini provinciali regionali nazionali: vi piacciono? I baroni delle università sono lì anche loro perché reclamano reddito, solo che non lo scrivono sui muri dei loro uffici. Il che non cambia ovviamente la sostanza della cosa.

Se scoprite che il Re è nudo, contestatelo duramente, con tutte le forze. Non tradite il fatto che sotto sotto anche voi correreste alla sua corte per portargli la foglia di fico (non credo sia così!). Lasciatelo nudo. Tirategliela in faccia la sua nudità con la sacrosanta sfrontatezza di una parola sola, durissima, come quella dei bambini: “perché”?

Cosa hai fatto tu per essere lì? Meriti il posto che occupi? Come ci sei arrivato? Lo sai fare il tuo lavoro? Male, bene o così così? Come mi ripaghi delle tasse che ti pago? Quanto ti impegni davvero (…ricercatore, dottore, professore, rettore) per il ruolo che rivesti e sottrai ad altri? Come lo hai avuto? Dio lo vuole? Ereditario fino a quale generazione? E se la risposta non è nei fatti reclamate un cambiamento, protestate, fatevi sentire. Agite.

Ma protestate duro per avere il meglio, non per avere anche voi le pantofole infilate di straforo sotto il cadreghino e tirare a campare. Attenti perché dal finale dello slogan che usate l’impressione che se ne ricava è questa.

Se ripudiate la violenza, non agite violentemente. Se ripudiate il privilegio non reclamate privilegi. Ripudiate ciò che detestate. Non ambite a farne parte. Se no sarà sempre per tutti l’eterna fine.

Mistero fitto

Tra parentesi. Me lo chiedo dal 1996. Perché gli studenti di tutta Italia sul piede di guerra contro tutte le maggioranze di Governo e tutti i Ministri dell’Istruzione, farlocchi più, farlocchi meno, che scendono in piazza in corteo in lotta aperta contro lo Stato, sotto sotto ambiscono a diventare statali? Ditemi che non è così.
Dipendenti statali: …I have a dream.

Occhio ai sogni: si avverano

Se reclamate reddito senza reclamare merito, e se per convinzione o per azzardo un bel dì ve lo danno (per qualche demagogico gioco di una parte qualsiasi) è facile che si verifichi una delle seguenti condizioni (o più condizioni insieme), non che io ve le auguri:

1) Il vostro reddito-diritto slegato dal merito sarà un vostro privilegio: lo pagheremo caro e lo pagheremo tutti. Non credo la battaglia contro i privilegi possa prevedere come fine ultimo la conquista dei privilegi stessi. Senza contare che un giorno nessuno potrà più pagare per nessuno.

2) Diventerete degli scaldaprotrone tali e quali quelli che ora detestate. E questo sarebbe per voi il male peggiore.

3) Chi ve lo farà cadere dall’alto, il vostro reddito-diritto-acquisito senza alcun merito, vi terrà sempre per le palle e voi potrete solo illudervi di essere liberi e magari anche giusti. Esiste in ampie regioni dello stivale ridens una condizione simile in atto: si chiama voto di scambio.

4) Col vostro reddito-diritto ottenuto per “reclamo” (come un oggetto smarrito all’ufficio preposto) slegato dal merito, avrete smesso crescere come individui, avrete smesso di confrontarvi, tentare, sbagliare, fare e disfare ed essere curiosi. Quali saperi condividerete? La vita sarà noiosa come una stanca giostra di frasi fatte. E si torna al punto 2: sarete il mondo che detestate.

Siate rivoluzionari

Quando i tempi cambiano chi non cambia e si ostina a radicarsi nel passato è un reazionario, un conservatore, un fanfarone. Reclamare privilegi non ha mai portato fortuna a nessuno. Guardate le corti spagnole del ‘600, quelle francesi del ‘700. Guardate i regimi di ieri e di oggi fondati sugli slogan di qualsiasi colore. Servono solo ad imbrigliare (imbrogliare) la vita dei singoli con il potere di chi dispensa poltrone. Fatemi capire: voi vorreste davvero un posto di lavoro garantito? E da chi, di grazia? …Belle fòle d’altri tempi, amici. C’è un sacco da fare.

A me pare che il sole dell’avvenire, la cosa che proprio non si è mai vista e non accenna ad albeggiare a queste latitudini, che potrebbe forse minimamente scalfire il pachidermico flaccido putrido immobile Leviatano Italia, è il merito. Niente altro. Grazie.

Se mai lo vedeste di striscio, cavalcatelo. Non abbiatene paura.

“Lais”: lasciti di Giovanni Giudici

La sua fida dupont

Una lettura di Lais (“…nel senso villoniano di lasciti” precisa l’autore); è la chiusura di Salutz (Einaudi,1986). Un piccolo omaggio a Giovanni Giudici, scomparso in questi giorni.

Da una nota dell’autore: “La dupont di Lais è una delle mie stilografiche”.

GoogleNews  – La Spezia, 24-05-2011. Giovanni Giudici è morto nella notte tra il 23 e il 24 maggio a La Spezia, nell’ospedale dove era da tempo ricoverato. Avrebbe compiuto 87 anni il 24 giugno.