Categoria: Il Conte di Kevenhüller (1979 – 1986)

55 – VERSI CONTROVERSI

Erba: …vita. Tutta la vita. Che spunta verde. Sempre.
Dall’occhio che la vede all’ultimo orizzonte che la perde.

Questi versi (controversi o contro quei versi di prima), non li nominare.
Ascoltali. Non li commentare.

Rai Radio2, Twilight, 23 ottobre 2012

Martedì 23 ottobre sarò ospite di John Vignola a Radio2 per presentare “Il Conte di Kevenhuller” su vinile Tarzan Records (tarzanrecords.com). Daremo il buongiorno all’Italia con i versi di Giorgio Caproni. Sarà per me un immenso onore essere quella voce.

Twilight accende le luci di Radio2, tutte le mattine, dalle 5 alle 6, dal lunedì al venerdì. Musica, libri, cinema, ospiti nottambuli e la giusta dose di buonumore per affrontare il giorno che arriva, senza dimenticare appuntamenti, anteprime e curiosità.

Uno spazio dedicato a chi si sveglia quando la notte non ha ancora lasciato il posto alla luce, a chi comincia a lavorare e a chi ha finito di farlo, a chi non dorme, a chi sogna a occhi aperti; a tutti quelli che hanno bisogno di una sveglia amica.

Conduce John Vignola. In redazione Ilaria Dionisi. A cura di Andrea Angeli Bufalini. Regia di Gabriella Graziani “

54 – CONTROCANTO

Contro-canto di Caproni al Primo Canto, forse i più famosi versi della storia della letteratura mondiale. L’incipit della Comedia di Dante, quella che la storia ci tramanda – giustamente per valore e ambientazione – come Divina; quella che qui Caproni riprende (osa!) nella sua ultima opera, riportandocela definitivamente alla sua dimensione umana.

Nel mezzo del cammin di nostra vita…

E in quanto umana, la commedia, e qui s’intende quella della vita reale del singolo, non ci mette solitamente troppo in crisi sul principio o nel mezzo del nostro cammino, o almeno non quanto piuttosto verso la fine. Semplicissima constatazione. Il controcanto parte da qui. Quello è il passo che attende, inequivocabilmente, inevitabilmente, Dante, Giorgio, me, te, chiunque. Indifferentemente. Indifferentemente da tutto. In un contesto naturale totalmente indifferente al fatto.

Chiarezza di un passo durooscuro.

Il passo duro, oscuro è e sarà per sempre questo e solo questo. Nell’orizzonte del cielo caproniano è notte e le stelle (che vorremmo uscire a rivedere?) non hanno acqua per la nostre sete di certezze. Sboccia qui uno dei versi più belli di tutta una vita in versi: quello che constata l’assenza di rinfresco dal duro cielo siderale, nessuna acqua stellare sull’incaglio – rappreso e impenetrabile – del nero. Come nero è il buco che lasciano le stelle.

Dopo tante latterie, la Via Lattea.

Solo un grande poeta può rendere così potente una allegoria cosmico-casearia: parlando del  cosmo qui si allude al formaggio, al caglio, al destino dei latticini. Impresa impossibile per chiunque, non solo evita il ridicolo, ma lancia un sasso con una forza che esce dall’orbita di  secoli di letteratura in versi.

Caseificio spaziale?!

Sulla carta così azzardato, ma nei fatti quasi scontato: a pensarci un attimo, non chiamiamo forse ‘Lattea’ la ‘Via’ che battiamo nello spazio? E (per chi la bazzica), non è forse costellata di umili latterie di quartiere (oltre che di osterie di sobborghi) la poesia di Caproni? Sì, …possiamo anche spendere una volta l’ovunque (tranne qui) abusatissimo aggettivo: geniale.

Tre passi, tre sentieri. Tre canti. Tre misteri.

Ecco dunque tre sentieri: quello storico letterario di Dante. Quello del singolo uomo contemporaneo, nell’esperienza della propria esistenza; quello del nostro sistema nello spazio siderale. Nessun punto d’incontro. Occhio: …il piede incespica.

Rispondere a Dante per le rime.

In una manciata di versi Caproni riprende Dante, lo ricostruisce, lo demolisce, lo ri-costruisce suo (nostro); e lo fa sul suo stesso cavallo di battaglia universalmente noto. Senza il minimo imbarazzo reverenziale gli risponde per le rime (come si usava ai tempi di Dante stesso: da quella usanza nasce l’espressione). E ne crea l’unico contraltare, l’unico controcanto possibile, credibile e infinitamente odierno (come l’originale), di tutta la letteratura mondiale: da Dante in poi.

Questo, zitto zitto, osa fare un umile maestro elementare.
Che non definì sé stesso mai poeta.

Ultimo appunto.

Asparizione.

Neologismo di conio caproniano dato dalla crasi di apparizione e sparizione. Ne sottolinea la simultaneità. Ci si chiede che cosa possa acquisire cadenza (termine musicale e temporale e fisico insieme, alla caducità umana), se anche l’uomo (come i simulacri di alberi e cattedrali) non è che ombra e fumo; una semplice asparizione.

Erba francese.

“Nel giugno del ’78 fui invitato al Centre national d’art e de culture  George Pompidou, per una lettura dei miei versi, insieme con Mario Luzi e a Vittorio Sereni.

Mi fece da interprete André Frénaud, che dopo la mia lettura in italiano lesse le stesse poesie nella sua traduzione francese.

Andai a Parigi il 4 (la lettura avvenne il 5), accompagnato da mia figlia Silvana, e là mi trattenni una decina di giorni, alloggiato all’Hotel Odéon.

Ne nacquero questi appunti o piccole sottopoesie, che qui mi piace pubblicare per semplice necessità sentimentale e mnemonica”.
(Giorgio Caproni)

Poesie come fotografie, diversi titoli alludono al parallelo. Le foto senza pretese di una vacanza. Intitolò Erba francese le istantanee di quei giorni, le sue foto-ricordo parigine.

Perché erba?

La parola erba è una delle più ricorrenti nel canzoniere di Caproni in più di mezzo secolo di versi. Sarebbe impegnativo darne un resoconto approfondito. Tagliando corto potremmo abbozzare la tesi che essa sia sempre connessa ad una qualche forma di spontaneità vitale, il mondo pulsante dei fenomeni esistenti, nella loro semplicità, nella loro apparenza; o nella loro semplicità apparente; così come il verde appare il colore delle cose che esistono, resistono, sopravvivono. Detta così parrebbe quasi banale: …la grandezza del poeta sta anche in questo. Una gita parigina con la figlia nel 1978: …erba francese, senza nessuna pretesa, sono le immagini a matita di un (grande) poeta in tutta la sua semplicità, umiltà, (grandezza).

…Tutto questo per dire? Il prossimo appuntamento sarà qui:

Venerdì 21 settembre alle ore 19:00 presso LA LIBRERIA, 89 Rue du Faubourg Poissonnière 75009 Paris (info: 01 40 22 06 94), dove insieme agli amici di Tarzan Records presenteremo l’album prodotto nel centenario della nascita di Giorgio Caproni.

QUI la pagina Facebook dell’evento. Quanto alle istantanee contemporanee, potremo condividerle in diretta se vi va, seguendo il profilo Twitter @GiovanniSucci

Erba francese che comincia così: …sul treno (il diretto “Palatino”) in corsa verso Parigi.

In corsa (da Erba Francese), Giorgio Caproni 1978

In corsa (da Erba Francese), Giorgio Caproni 1978

P.S. Trovate qui una versione di Erba francese in un file PDF riprodotto da Vico Acitillo, che ringrazio.

52 – PASQUA DI RESURREZIONE

Dalle crepe del nulla filtrano lamine di buio: speculari, qui verso la fine della musica, a quella lamina di luce ch’era all’inizio della raccolta. Dalle crepe del nulla alcune figure filtrano nell’apparenza. Appaiono e virano nel proprio opposto nello stesso istante. Impossibile coglierle. Sono minacce. Nel campo di una rosa (nello stesso luogo e istante) la vipera. Cos’è la rosa? La fine della rosa. Risorge il nulla da ogni apparenza. Il cuore sobbalza. Il calo della luce impedisce la vista. La mente (corpo, sangue e fumi: vino) riapproda nel porto dei propri limiti. L’interdizione: oltre non si va.

Nessuna epifania; nessun a estasi. Nessuna Pasqua, se non del nulla.
Il nulla sì, risorge: sempre.

00 – AVVISO del 14 luglio 1792

Numeri e numi.

1 anno esatto dal 14 luglio 2011, quando questo blog audio prese simbolicamente il via.

22 anni dalla morte di Giorgio Caproni.

100 anni dalla nascita di Giorgio Caproni.

220 anni esatti dall’originale AVVISO, quello del Conte di Kevenhüller del 14 luglio 1792.

Significano? Niente. Sono le rotondità di cifre nelle quali ci piace illuderci di scorgere coincidenze di trame meno casuali del caso.

Sta di fatto che per darmi delle arie avessi scelto questo cifre tonde e doppie per incastonare nel tempo l’esperimento fin qui condotto e che volge al termine.

Tra poco la sezione MUSICA si chiuderà smorzando. Sarà il tempo di ALTRE CADENZE, che come si evince è una sezione a lato dell’operetta vera e propria. Ci sarà giusto il tempo per le alcuni Versi vacanti, alcuni Transfughi, un po’ di Ciarlette nel ridotto (il chiacchiericcio del dopo teatro…); per i fantasmi di passaggio che aleggiano ancora larvali sul palco spento, a fine concerto; e infine i Marittimi: per salutarsi e chiudere o forse riaprire. Davanti a qualche mare.

Siamo quasi alla fine. Dunque, anche questo 14 luglio, andiamo a incominciare.

51 – INTARSIO

Non a caso ero lì. Il 17 marzo 2010, a Genova nell’atrio del Teatro della Corte, era il turno del professor Giorgio Bertone, mio ex-prof mille anni fa. Un suo intervento su Caproni nell’ambito di un ciclo di conferenze in occasione del ventennale della morte. Età dell’uditorio da geriatria e qualche sparuto studente di lettere, evidentemente sotto esame. Altri motivi per esserci, alle conferenze sui poeti, alle nostre latitudini, non se ne vedono: o si è il relatore; o si è l’assessore; o si è ottuagenari; o agli studi forzati. Io ero lì per distrarmi. Non a caso ero lì.

Ne valse la pena. Ne ricavai ben più di un’idea. Bertone commentò acutamente alcuni dei miei pezzi preferiti di Caproni, tra i quali “L’Idrometra” e questo “Intarsio”. Fu illuminante sul finale: mi era sfuggito, in questa poesia, dopo tutto quel rincorrere fantasmi per Genova, tra la darsena e i vicoli, il peso specifico centralissimo di quella finestra. Altra finestra? (…Caproni è in fissa con gli infissi: chi frequenta questa finestra del browser ormai lo sa).

Da una finestra (come all’inizio del poema “…da dietro una tendina battente” – La Lamina – la lama di luce, ma allora eravamo dentro, ora qui siamo fuori) vediamo affacciarsi chi? Proprio lui (il doppio di questa partita doppia?); un doppio che elide il suo doppio, non lo completa anzi lo sottrae; il tale che si cerca nell’arco del testo, mentre affiorano ricordi ovunque; e per un momento appena pare di vederlo, non in strada (dove lo si cerca), ma di furto, alla finestra. Non a caso era lì.

Appare rapido ma non teso, con l’occhio lasco, imbracciando un’arma desueta e fallibile (una balestra che viene detta cieca: senza alcuna capacità di vista o precisione) nell’atto di prendere la mira (una mira troppo corta). Su cosa puntava? Cosa sperava di colpire. Affacciato alla finestra come all’esistenza.

Non a caso ero lì. Il 17 marzo 2010, a Genova nell’atrio del Teatro della Corte dove Bertone evoca un dipinto del 1935 di René Magritte dal titolo “La condizione umana”. Eccola. Ed ecco un’altra finestra. Ecco gli umani affacciati all’esistenza dai riquadri degli sguardi incorniciati dei secoli: carrellate di dei e semidei scalpitanti e giocondi sorrisi beffardi di avi e personaggi, ecco l’arte che ci inquadra e ritaglia via dalla vita, la musica sulla pagina fatta a forma di finestra, ecco la scrittura, la ricerca, affacciata sul vento. Giusto quel che resta – forse – del senso.

50 – L’UBICAZIONE

A Savona? A Genova? A Seal Rokcs in California? A Palo Alto? A Lodi?
Quale Lodi, questa; o questa?
Forse bevo, ovunque, semilarvale, dal mio bicchiere, la mia inesistenza.
Semilarvale: da larva, che nella sua etimologia latina è il fantasma.
E sfumo via.

49 – LA PORTA

Nell’ultima opera composta (strutturata) in vita da Caproni, c’è questo testo cruciale. Chi ha bazzicato il mezzo secolo di versi dell’autore, sa bene che porte, portoni,  soglie, serrature, sono ricorrenti; quante figure fotografate nell’istante infinito e quotidiano di aprire o chiudere un portone, varcare l’ingresso dello scompartimento del treno o il cancello dell’ascensore o la porta dell’osteria (a partire dai primissimi versi di Come un’allegoria, scritti da un Giorgio ventenne); quante ne potremmo contare.

Allo stesso modo sono innumerevoli i passi caproniani dedicati alla rima. La rima che per Caproni è solidità, struttura, armonia, ritmo, sempre “battente”.

La porta e la rima. Questi due miscrocosmi di significati, a ben guardare (e sicuramente qualcuno avrà ben guradato anche meglio di me) si completano e si compenetrano. Sono intercambiabili; sono la stessa cosa.

Battenti.

Da un punto di vista puramente lessicale e terminologico il battente ritmico della rima genera l’immagine del battente della porta (…o viceversa, chi può dirlo). Di fatto in Res amissa (la raccolta incompiuta e postuma successiva al Conte di K.) troviamo un passo eloquente in merito a questa supposizione. Quattro versi, quasi oracolari alla maniera dell’ultimo Caproni, capaci di schiudere un universo incredibilmente vasto e complesso.

Verità inconcussa.

La rima vulvare: la porta
cui, chi n’è uscito una volta,
poi in perpetuo bussa.

Che sia questa la chiave? Qui appare evidente la valenza alternativa di rima come termine anatomico. Rima vulvare è puro lessico specialistico: il margine dell’organo sessuale femminile. La soglia tra l’interno e l’esterno. Le labbra, di una cavità. Appare anche un nesso evidente all’oralità: rima in anatomia indica genericamente il labbro di un varco, ferita o piaga in un tessuto; così come la rima è un fenomeno fonetico orale o, impropriamente diremmo, labiale in un linguaggio poetico. Per azzardo potremmo ricordare come la rima poetica sia proprietà specifica del volgare rispetto al latino. Il tratto distintivo della letteratura poetica della nostra era, dopo la fine della classicità latina.

Lingua madre. Rima volgare; rima vulvare.

Dunque “rima” è il centro di tutto di tutto l’universo caproniano: ma in un senso ben più complesso dell’accezione solita. “Rima” è il rimando al passaggio cruciale: quello nel tempo. Da una rima vulvare (…rima-madre? Ricordate Anna Picchi?si nasce per entrare nel sistema finito del tempo concesso, dal quale usciremo, di certo. Ma la verità su questo ultimo passo è negata a chiunque. Per cui: busseremo invano in eterno, alla porta della verità; busseremo con il suono battente delle rime (del linguaggio: con la parola) sulla soglia dell’inconoscibile. La soglia (una porta) che è una parola essa stessa. Di qui si parte e qui si resta. Condannati ad esperire ciascuno per sé la propria uscita, senza poterla condividere o esprimere. Mai.

I muratori lo sanno.

Un’ultima annotazione. Sentirete nel testo la porta detta “condannata”. Indagando il linguaggio settoriale dell’edilizia, si scopre che viene comunemente detta condannata una porta da chiudere, murare o abbattere. Tutti i muratori lo sanno. Io l’ho scoperto qui.

Buon ascolto.

48 – DEDUZIONE

Lanciamoci in una deduzione: …forse proprio là, dove smarrisci la strada che sai, per tornare a dove forse non eri; forse – chissà – proprio là, puoi trovare la porte incustodita e tentare… Tentare cosa? Dove porta la porta? Alla stessa parentesi (morta) della sentinella?
Siamo in trappola. Scacco matto in due mosse: IPOTESI e DEDUZIONE.