RICONOSCENZA

Tenetevi forte, ho fatto due conti e sono cifre grosse per un blog così drammaticamente privo degli ingredienti di successo dell’era del web 2.0 (razzi e mazzi, vette e muli).

Do ufficialmente i numeri.

Questo audioblog registra in media 24 visite al giorno dal maggio 2011, per un totale di ventiquattromila e spingi accessi. Così anche dal 16 aprile dell’anno scorso ad oggi, data dell’ultimo post: quel VALE PECUNIA che proponeva una libera donazione.

Nell’arco di quest’anno il blog si è preso una pausa (…ho avuto un po’ da fare in giro), ma ha registrato 3.718 graditissimi ospiti. Di questi ben quattro si sono dati all’azione, facendo valere la valida e mai vile pecunia a mio sfacciato favore, donando la somma complessiva di ventisei euro (26,00€) esentasse, puliti.

Il successo può dare alla testa.

Il dato mi esalta e mi incoraggia a continuare. Non so se mi spiego: ben quattro persone mi hanno donato in media 6,5 gocce del loro sangue in un anno, il che è tantissimo e tra poco ne dimostro il motivo. Ma prima è il turno della lettura odierna, perché si ricomincia (avrei ricominciato comunque) e arriveremo fino in fondo; e guarda caso, questa di oggi si intitola proprio Riconoscenza.

Coltivatori/macellatori.

Visitatori (da aprile 2013 ad aprile 2014): 3.718
Donatori: 4 (eroici, fantastici: grazie!)
Provenienza: Fidenza, Brescia, Bologna e Bibbiena.
Ricavo totale: 26,00€
Media per donazione: 6,5€

Per ringraziare i miei quattro lettori preferiti ho una piccola sorpresa. Vorrei risparmiare loro la fatica dell’occhio sullo schermo quindi tutto il testo che segue, se desiderano ascoltarlo, glielo leggo. Ovviamente potrà ascoltare chiunque, ma è grazie a loro.

Accendo un microfono casalingo, proprio qui, adesso, e comincio. Il risultato audio è un po’ grezzo, si sente: un piccolo presente, ma sincero. (Anche questo file è su Soundcloud). Click su play e buon ascolto.

Meglio del Manzoni.

Fantastici Quattro. I miei quattro eroici lettori superano nel mio affetto i venticinque famigerati del Manzoni; lui ci si faceva dell’autoironia, io lo dico sul serio: grazie davvero. I miei quattro lettori attivi mi hanno donato in media più di sei euro ciascuno. Significa che se fossi riuscito a convincere anche solo un terzo dei tremilasettecento della bontà del mio lavoro, al punto da indurli spontaneamente ad offrirmi un caffè pari a questo (con cappuccino spremuta e cornetto), il mio ricavo su questo fronte sarebbe stato di seimila euro (6.041,75€), pari a cinquecento euro (503,47€) al mese. Una bella sommetta, che avrebbe validamente sostenuto i miei normali sforzi di sbarco del lunario in attività varie, non tutte artistiche, che sottraggono necessariamente parte del mio tempo a queste.

Sognare è gratis, abbondiamo.

E se fossi stato abbastanza bravo da convincerli tutti? In fondo stando al dato di realtà, con questa media, si tratterebbe di circa cinquanta centesimi al mese per ogni lettore (fatevi il conto). Non è impossibile, anzi: secondo me ci stai già facendo un pensierino anche tu. Intanto continuo con la mia sognata alla grande… Dunque, se tutte le tremilasettecento persone avessero mantenuto questa media, io avrei tirato su la bellezza di ventiquattromila euro (24.167,00€) in un anno: duemila euro al mese. Così: autonomamente, senza patrocini, vassallaggi, assessorati politici in conflitto aperto coi congiuntivi, senza fondi pubblici crestati come vette alpine da spendere in …qualcosa tanto per dimostrare che si è fatto qualcosa, che poi passata la festa gabbato lu santo.

Un anno da leone.

Se tutti gli avventori di questo locale virtuale facessero come i miei quattro idolatrati lettori, e lasciassero la bellezza di cinquanta centesimi al mese nel porcellino, io camperei benone, del mio lavoro, onestamente, liberamente, col frutto del mio ingegno (il che, per quanto malvisto in Italia, non mi pare sia ancora reato). Ok, magari solo per un anno, …ma che anno! E per il prossimo vorrà dire che mi sbatterò ad inventarmi qualcos’altro. In fondo, questo è il mio lavoro.

Il grido di battaglia.

Tutto ciò rinsalda la mia ultima certezza ideologica residua, riassumibile nel grido di battaglia: “è la somma che fa il totale” (cit.: Totò). La somma degli atti degli individui fa il totale dell’umanità in una data area geografica. Sono i singoli individui che decidono che mondo debba essere questo. Nessun altro al loro posto. Partiamo da un esempio alto ed illustre come si conviene ai discorsi sui blog. Partiamo dal cesso. “Lascia questo posto come vorresti trovarlo”.

Falla fuori.

L’ho letto più di una volta ed è saggio. Molti pensano che la piega del mondo dipenda dai marziani, da Paperon De Paperoni, dalla Banda Bassotti… riuscendo così a deresponsabilizzare ogni propria scelta. Così non scelgono, o peggio: scelgono il peggio. La fanno di fuori. Non si danno pena di centrare il buco, anzi annaffiano la ciambella e gli angoli del piastrellato con un misto di risentimento e di rassegnata disperazione, quando potrebbero semplicemente non farlo. Il cesso di mondo dipende proprio da loro. Come tutta la letteratura dipende da chi ha in mano il testo in quel momento. Non se ne accorgono, non vogliono crederlo, non si rendono conto di quanto dipenda da loro, da un singolo, dalla scelta di un istante e dalla responsabilità di ciascuno. Di come tutto sia reciproco: il mondo che incontri è il mondo che crei. Non se ne rendono conto. Quindi non cambiano un gesto, non prendono la mira, non muovono un dito, nell’attesa che sia qualcun altro a farlo. Ti diranno che uno non serve a niente, uno è troppo poco. Non credo. Ad esempio non rinuncerei ad uno solo dei miei quattro impavidi lettori che centrano il buco. Per me ognuno di loro è il mondo intero.

…Perché?

Per un banalissimo ed elementare motivo: una è la vita. One shot. Uno è l’istante trascorso nel tempo in cui l’hai detto, tramontato in eterno. Ognuno di noi sceglie, agisce e scompare. Un attimo. Poi tocca all’altro. Che mossa farà? Sta a lui. Il mondo in ogni preciso momento è la somma algebrica di questo processo numericamente complesso, che per il singolo si riduce e semplifica nel risultato netto di: uno.

Tutti per uno, uno per tutti.

I miei quattro moschettieri hanno deciso che questo può essere un mondo in cui un tale può agire la cultura al di fuori delle accademie e delle logiche da quattro soldi del potere in questo ridente paese e che, se lo fa bene, con disciplina, a regola d’arte, o se torna utile o semplicemente ti distrae per un’oretta o due, quel tale (che potrei essere io) è degno di ricevere da me (che potresti essere tu) un riconoscimento economico anche solo simbolico, a totale discrezione del prossimo. Ed è bellissimo.

La somma che fa il totale.

Somma tremilasettecento riconoscimenti simbolici in un anno e hai cambiato la vita di chi si è messo in gioco rivolgendosi direttamente a te, individuo dall’altra parte dello schermo, scavalcando inchini, vassallaggi, lottizzazioni, vecchiumi, immobilismi, pregiudizi, cialtronaggini e tutto il ciarpame di cui si ricopre la cultura italiana da secoli.

Bene, per farla breve. Io avevo qualche idea e una serie di mezzi. Li ho usati. Questo è quanto. Quei quattro lettori hanno deciso di cambiare il mondo e, per quanto mi riguarda, lo hanno fatto. Commosso li ringrazio. Io continuerò a farlo in un modo o nell’altro per tutto il resto del mio tempo. Anche tu puoi farlo, in qualsiasi momento.

Grazie.

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VERSI VACANTI

Ricordi  LA PREDA? “La preda che si raggira / nel vacuo…”. Eccola qui r-aggirarsi ancora, nell’arco di questi brevi versi che se non risalissero alla metà degli anni Ottanta sembrerebbero scritti per Twitter.

Sarà quella stessa preda (la Bestia) che qui raggira ancora sé stessa nel vacuo; nel vuoto di questi versi vacanti (mancanti). Versi che stanno fuori dal LIBRETTO e da LA MUSICA e si incontrano solo qui, quasi in prossimità dell’uscita, nella sezione ALTRE CADENZE.

Versi che non sapevano bene dove andare (vacanti come vaganti?). Versi che hanno tutti qualcosa a che fare con l’andare.

Un paio di note lessicali prima di proseguire.

…Si aggira? …Raggira? …Si raggira!

Caproni scelse magistralmente l’espressione “si raggira nel vacuo” al posto di un generico “si aggira…” conferendo all’azione una specularità straordinaria di significato, attraverso la semplicità estrema di una consonante: la preda non si aggira… E non r-aggira solo chi la sfida: essa è imprendibile a sé medesima, inganna la propria forma per prima; la preda (la Parola, come vedemmo allora) è fatta di nebbia. Si r-aggira. Ma qui la Parola sembra scomparsa (vacante) e si direbbe quasi che si stia parlando d’altro… Alla fine del viaggio. Che la Bestia sia la Vita? Che sia già quasi finita?

In piena disperanza.

Disperazione, no. Speranza nemmeno. Di-speranza: neologismo caproniano tra i più felici, orecchiabili e profondi. La disperanza che rende allegro il “povero negro”, in una cadenza che qui assume i colori del blues.

RAGGIUNGIMENTO.

…Dove vai Giorgio?!
…Non lo vedi che l’erba finisce lì?

PAESAGGIO.

LA VIPERA: LA VITA. Si guardano, si identificano quasi, si equivalgono, si annullano. Come tutto ciò che in Caproni è doppio. Il doppio in Caproni non si somma mai: si elide, casomai.

ALL LOST.

Qui la voce “disperanza”. Un blues di una sola stanza.
Mi ricorda una canzone di un amico… Pavese Cesare o Bezzato Gianrico.

VISTA.

Si naviga, a vista. Verso dove. Verso il confine. Oltre  il confine? Il confine del verso? L’ultimo dei luoghi non giurisdizionali caproniani, sta per arrivare davvero, adesso. Qui Caproni dice: “guardo davanti a me”. Incipit immortale. Talmente assoluto che pare banale.

Chi sgama un Leopardi ci vede giusto.

Quando in versi qualcuno dice di guardarsi davanti, l’occhio vede immediatamente di dietro e nella tradizione italica spunta immancabilmente Leopardi, la siepe e l’infinito assaporato per contrasto. E guarda caso: …anche in quel frangente ricorreva il termine vago. Ma ai tempi di Leopardi il vago non risuonava di vacuo, solo di indefinito: il vago non era ancora del tutto vuoto.

Cosa vedi Giorgio?

Ecco dunque a noi uno sguardo contemporaneo sul nulla davanti: un albero comune e solitario. Un fiume indefinito che scorre (all’infinito), si presume verso un suo estuario. Un cartello, primo segnale umano, chiaro, comunicativo: una scritta! …e infatti è nebuloso (nella sua pretesa di chiarezza informativa), dal tono prosaico. Pubblicitario? Un messaggio talmente inutile che rasenta il beffardo.

La parola serve. Praticamente a niente.

Che vuol dire? Solo il confine, è detto, per adesso. Non che di più sia mai dato sapere. Lo sapevamo già. Staremo a vedere. Di certo qui, a parte il verso, non ci si finge più niente; e neanche naufragare sembra dolceE si ricorda il suono, l’eco di un ultimo sparo, come di ritorno da quella caccia ormai lontana che ora risuona un po’ goffo: …solo un ultimo, quasi patetico, tiro di schioppo.

VALE PECUNIA

Questo è il mio lavoro, è da anni a tua disposizione, lo rimarrà, ne verrà dell’altro. Se ti va di farne parte e finanziarlo, anche solo per una minima parte, puoi liberamente farlo o rifarlo. Ogni singolo contributo è significativo, anche il prezzo di un libro o di un caffè: è amichevole, tiene svegli.  Ti ringrazio.  (Giovanni Succi)

DONAZIONE LIBERA   PayPal / Carte / Bancoposta / ecc.

GALANTERIE

A RINA

Nella storia di Giorgio Caproni c’è una donna di nome Rina. Sua sposa.
Nella storia di Giorgio Caproni c’è un amore di nome rima. Sua rosa.
Senza di loro niente sarebbe quello che è. Quello che è, sarebbe niente.
Rime ricche, si dicono in gergo tecnico: Rina/rima; come albero/albero.

INTERROGATIVO

Le cime più alte del pianto menano a qualche cosa?

CITAZIONE

Come anche piangere a lungo in solitudine?

I BACI

Le capitali rase (risentite nel secondo dei Tre improvvisi sul tema la mano e il volto) qui nelle Galanterie tornano a dispensare baci da cartoline.

DUE MADRIGALETTI
I – Appassionatamente.
II- Sempre con cuore.

In Galanterie la musica è musica leggera virata in ironia. Il rapporto tra nome e corpo risolto in canzonetta. Ma dentro c’è tutto. Compresa la fine, il trapasso. E l’ignoranza innocente di un sasso.

MARTINA

(alla Signora Bianca d’Amore). Se qualcuno sa cosa sia il marratano, lo dica.

LAUDETTA (a Rina)

Le Galanterie si aprono su Rina e si chiudono su Rina.
Rina la donna, la sposa, la madre, l’amica, la base, la vita.
La sola giusta parola: la rima.

In Res Amissa (la raccolta postuma) troveremo ennesime dichiarazioni d’amore come questa, PER L’ONOMASTICO DI RINA RIBATTEZZATA ROSA:

[…] Mia rosa sempre in cima
ai miei pensieri…
Mia rima
sempre in me battente…
Fonda e dolce…
Quasi
– in me – flautoclarinescente.

Ed era sempre e ancora musica.

ALTRE CADENZE

Un mese di silenzio. Il giusto tempo, dopo un anno intenso. Presto daremo voce al resto del libro, che prosegue con ALTRE CADENZE e all’interno di queste, altre sezioni diverse, alcune delle quali perfettamente in cornice rispetto allo scenario dell’operetta a brani. Freddato il direttore, il concerto è andato come è andato. La partitura ci ha assistiti? Noi abbiamo assistito a lei. Ora usciamo. Dopo IL LIBRETTO e LA MUSICA si è richiuso il sipario ed è il chiacchiericcio del pubblico, attardandosi nel ridotto del teatro, ad arredare il silenzio di battute più leggere, alcune facili ironie e, com’è normale in questi casi, di Galanterie.

62 – SMORZANDO

Così va il mondo. Tre giorno dopo, una pagina dopo… tutto è lontano. Il suono del mondo è smorzato. La MUSICA del libretto dissolve in uscita. L’operetta è finita. L’ultimo brano sfuma. Le ultime scintille alzate dal vento la notte, sulle creste montuose remote, le abbiamo intraviste. Qui finisce.

SMORZANDO è un modo musicale. L’orchestra suona ma scende di dinamica, in punta di piedi. Si allontana da sola dalla scena sonora. Resta fermo chi ascolta. Lei se ne va.

Allude a tutto un restante trambusto sonoro (rumore) che riguarda già altri: …altro da fare, da dire, inseguire…

Lontano si spara, si lotta, si ama… Si intuiscono altre generiche scene di caccia. Si intuiscono come? Al soffio del vento del tempo; il tempo soffia, ha un suo vento. Vento del tempo tra le foglie sonore (come nell’Infinito leopardiano).

Vento e tempo che porta.

Vento e tempo che soffia.

Vento e tempo che passa.

(…E quasi orma non lascia.)

Silenzio.

61 – CATENE

7 gennaio 2012 – 7 gennaio 2013

Era mia intenzione racchiudere l’esecuzione del poema tra queste due date. L’alfa e l’omega del centenario della nascita di Giorgio Caproni.

Dissolvenza.

CATENE è il lais de Il Conte di Kevenhüller. Il lascito, il testamento. Senza colpi di scena, come in un ciclo normale, arriva alla fine. Non esattamente alla fine del libro, che proseguirà con altri testi sistemati da Caproni fuori cornice. Altri testi dei quali – lo annuncio – non mancheremo di occuparci e dare lettura fino alla conclusione dell’opera intera, in un arco di tempo indefinito, suppongo entro l’anno in corso. Ma per ammissione dello stesso Caproni, riferita in confidenza a Luigi Surdich e da quest’ultimo riportata di recente al sottoscritto (a riconferma dell’evidenza), il LIBRETTO e LA MUSICA sono la cosa. Il poema. Il resto, lungi dall’essere mancia, segue come contorno o appendice.

CATENE è uno dei testi che più lasciano il segno eppure, paradossalmente, è fatto di nebbie. Gioca sulla dissolvenza dei fulcri tematici fin qui adoperati, sulla dissolvenza stessa del verso. Eppure sul termine VERSO si batte e ribatte, tre volte, in tre movimenti precisi.

Il primo. Siamo passati dal sentimento della sera (Abendempfindung è il titolo di questa sezione) alla quasi notte, ormai imminente ma non ancora piena. Ultimi movimenti della musica. Poi: dissolvenza e fine.

Ma prima, ancora un istante al di qua di quella fine (da dove è possibile ancora raccontare l’esperienza, non dopo) ecco il resoconto dettagliato di quello che resta.

Abbiamo fatto fuori la Bestia che ha fatto fuori noi; abbiamo fatto fuori tutti quegli “io”, quei nomi. Ora faremo fuori anche quel che resta: faremo fuori i suoni.

Verso la notte. / Quando / […]

“Il vento alza ancora scintille / sulle creste” delle cime più alte delle montagne: lo sguardo punta quelle rocce e a quelle baluginanti scaturigini del fuoco. Inarrivabili, ma visibili, ancora. Altri segnali d’alta quota arrivano ora.

Verso / la pietra dura, dove / risuona il passo […]

Il sonoro non manca mai in Caproni: ecco i nostri passi sulla pietra dura, dove tutta l’erba a cui si alludeva, ricorrente nei viottoli e campi nell’arco di tutto il poema, ha lasciato posto al lichene.

[…] e cresce / solo il lichene.

La vastità e la varietà del prato si è fatta muschio che cresce e resiste (“solo”: solamente o solitario?) sulle ultime pietre.

Altro VERSO e la visione si abbassa di colpo: a strapiombo dall’alto, guardiamo il letto del fiume: il fiume è l’acciaio. Lo stesso acciaio di lame fredde che aprivano il LIBRETTO ed erano uno dei motivi ricorrenti.

Verso / l’acciaio del fiume.

Quello che ci tiene legati è fatto della stessa materia di quello che ci separa. L’acciaio delle catene; l’acciaio della lama.

Acciaio / che sa di catene…

Una lunga sospensione. Poi – dal silenzio bianco del foglio – il fulcro caldo del componimento: le braci vive del sangue! E per quanto tenaci e infiammabili siano le braci, non sono certo più fiamme. Ma scaldano ancora (termine chiave) e bruciano vive.

Di tutte le braci vive / del sangue, […]

Il fulcro caldo del testo si è fatto di ghiaccio, è già gelido nel giro dello stesso verso, in forma speculare. Specularità che come sempre in Caproni non si somma in doppio ma si elide in un vuoto.

[…] poche bacche / rosse nel gelo.

Da ultime gocce di sangue a bacche nel gelo. Quanta concretezza di immagini in versi così glaciali e radi. Quelle scintille lontane sulle creste continuano. Amori, ardori e slanci, imprese, frane, avventure e cacce… Alzate dal vento del tempo. Poi, qui, questo:

Poche / smarrite ortiche.

Quelle stesse erbacce pungenti che trovammo (in sinestesia magistrale) nell’udito dei morti (23 – OSPETTO). Il silenzio si fa più vicino.

Resta altro?
Altre riminiscenze del corpo?
Cos’altro. Oltre il silenzio.

(“…E un ricordo / – troppo vago – di vene.)

Ipotesi vaga, tra parentesi; …sommessamente.

Ipotesi che neanche si sente.