Etichettato: erba

Capodanno in alleg(o)ria.

Aspettando la mezzanotte.

Ricapitolando brevemente, è ormai chiaro che in queste Altre Cadenze la caccia alla Bestia e il Conte non c’entrano più niente. Stessi accordi – stessi ritmi e immagini ricorrenti – modulati in canzoni diverse.

Ricetta frizzante per il Gran Cenone.

Ecco un VECCHIO ZINGARO. Niente di bucolico e romantico. Un transfugo come gli altri: in fuga (o di passaggio, volente o no) verso altri luoghi o luoghi altri. Ma tu guarda come questa condizione assomigli a quella di chiunque. Tu vaneggi, mio caro: io sono qui, ben piantato, fermo, saldo e non me ne vado. Non te ne vai, adesso; certo. Tra quanto te andrai? Moltissssssimo tempo. Potrai opporti?

E poi tutti il trenino!

Ecce homo. L’uomo chi. L’autore? L’essere umano. L’essere. Il chiunque? Il cosoconduegambe, il guidogozzano? Il lettore? Quindi tu, non io. No certo! Io. Alcuni io. Quasi mai io. Un vecchio girovago, ad esempio. Niente di romantico e bucolico. Un cinghiale, che ha scelto.

Attenti ai botti: impugnateli bene!

Seduto su un pietrone (saldissimamente piantato al suolo), in prossimità di un ponte: posti da cinghiali, appunto. E infatti ecco un fiume, una pietraia, un monte; il cono d’ombra che proietta a valle (“…nella grande ombra del monte”, la cui parete speculare sarà “la trita ombra del niente” sul finale). Erba e ombra. Ancora questa l’ambivalenza cardinale ricorrente in tutta l’opera, soprattutto nella seconda parte. Erba che da verde si fa nera, col semplice volgere del pianeta. Ma pensiamo ad altro.

Alleg(o)ria, è Capodanno!

Il vecchio cinghiale si è eclissato, proprio come quell’altro sulla Piccola Cordigliera… Questo ha mosso però un passo ancor più radicale; dopo l’ultimo carrozzone, si è alzato e di sua sponte è sparito verso il monte, nell’ombra. Non si sa dove.

Osservo graficamente la lunga pausa sulla carta: viene riprodotta dalla rappresentazione digitale dei picchi del file audio, come una piana tra due alture. Poco prima del finale: dal minuto 0:56 al minuto 1:00 circa.

Meo amigo Charlie Brown.

L’equivalente del bianco sul foglio. Contemplo la landa desolata e piatta del silenzio-nulla-ombra, compresa tra due picchi di suono e un po’ me ne compiaccio. Tacere è il culmine della mia dizione. Il punto in cui andandomene, resto.

Che sia lì, il vecchio zingaro?

Buon inizio e fine.

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61 – CATENE

7 gennaio 2012 – 7 gennaio 2013

Era mia intenzione racchiudere l’esecuzione del poema tra queste due date. L’alfa e l’omega del centenario della nascita di Giorgio Caproni.

Dissolvenza.

CATENE è il lais de Il Conte di Kevenhüller. Il lascito, il testamento. Senza colpi di scena, come in un ciclo normale, arriva alla fine. Non esattamente alla fine del libro, che proseguirà con altri testi sistemati da Caproni fuori cornice. Altri testi dei quali – lo annuncio – non mancheremo di occuparci e dare lettura fino alla conclusione dell’opera intera, in un arco di tempo indefinito, suppongo entro l’anno in corso. Ma per ammissione dello stesso Caproni, riferita in confidenza a Luigi Surdich e da quest’ultimo riportata di recente al sottoscritto (a riconferma dell’evidenza), il LIBRETTO e LA MUSICA sono la cosa. Il poema. Il resto, lungi dall’essere mancia, segue come contorno o appendice.

CATENE è uno dei testi che più lasciano il segno eppure, paradossalmente, è fatto di nebbie. Gioca sulla dissolvenza dei fulcri tematici fin qui adoperati, sulla dissolvenza stessa del verso. Eppure sul termine VERSO si batte e ribatte, tre volte, in tre movimenti precisi.

Il primo. Siamo passati dal sentimento della sera (Abendempfindung è il titolo di questa sezione) alla quasi notte, ormai imminente ma non ancora piena. Ultimi movimenti della musica. Poi: dissolvenza e fine.

Ma prima, ancora un istante al di qua di quella fine (da dove è possibile ancora raccontare l’esperienza, non dopo) ecco il resoconto dettagliato di quello che resta.

Abbiamo fatto fuori la Bestia che ha fatto fuori noi; abbiamo fatto fuori tutti quegli “io”, quei nomi. Ora faremo fuori anche quel che resta: faremo fuori i suoni.

Verso la notte. / Quando / […]

“Il vento alza ancora scintille / sulle creste” delle cime più alte delle montagne: lo sguardo punta quelle rocce e a quelle baluginanti scaturigini del fuoco. Inarrivabili, ma visibili, ancora. Altri segnali d’alta quota arrivano ora.

Verso / la pietra dura, dove / risuona il passo […]

Il sonoro non manca mai in Caproni: ecco i nostri passi sulla pietra dura, dove tutta l’erba a cui si alludeva, ricorrente nei viottoli e campi nell’arco di tutto il poema, ha lasciato posto al lichene.

[…] e cresce / solo il lichene.

La vastità e la varietà del prato si è fatta muschio che cresce e resiste (“solo”: solamente o solitario?) sulle ultime pietre.

Altro VERSO e la visione si abbassa di colpo: a strapiombo dall’alto, guardiamo il letto del fiume: il fiume è l’acciaio. Lo stesso acciaio di lame fredde che aprivano il LIBRETTO ed erano uno dei motivi ricorrenti.

Verso / l’acciaio del fiume.

Quello che ci tiene legati è fatto della stessa materia di quello che ci separa. L’acciaio delle catene; l’acciaio della lama.

Acciaio / che sa di catene…

Una lunga sospensione. Poi – dal silenzio bianco del foglio – il fulcro caldo del componimento: le braci vive del sangue! E per quanto tenaci e infiammabili siano le braci, non sono certo più fiamme. Ma scaldano ancora (termine chiave) e bruciano vive.

Di tutte le braci vive / del sangue, […]

Il fulcro caldo del testo si è fatto di ghiaccio, è già gelido nel giro dello stesso verso, in forma speculare. Specularità che come sempre in Caproni non si somma in doppio ma si elide in un vuoto.

[…] poche bacche / rosse nel gelo.

Da ultime gocce di sangue a bacche nel gelo. Quanta concretezza di immagini in versi così glaciali e radi. Quelle scintille lontane sulle creste continuano. Amori, ardori e slanci, imprese, frane, avventure e cacce… Alzate dal vento del tempo. Poi, qui, questo:

Poche / smarrite ortiche.

Quelle stesse erbacce pungenti che trovammo (in sinestesia magistrale) nell’udito dei morti (23 – OSPETTO). Il silenzio si fa più vicino.

Resta altro?
Altre riminiscenze del corpo?
Cos’altro. Oltre il silenzio.

(“…E un ricordo / – troppo vago – di vene.)

Ipotesi vaga, tra parentesi; …sommessamente.

Ipotesi che neanche si sente.

58 – TRE IMPROVVISI SUL TEMA LA MANO E IL VOLTO

Premessa, verso la fine.

I TRE IMPROVVISI sono un preludio alla fine. Del poema. Ragionevolmente anche di chi lo scrive. Giorgio Caproni nel 1986 è un uomo di circa 74 anni, eppure è al culmine della propria lucidità compositiva. Un distillatore straordinario che ha ancora qualcosa da aggiungere, di ulteriormente complesso dal punto di vista poetico e filosofico, al proprio percorso di autore. Non esiste altro versificatore italiano del Novecento di cui si possa affermare altrettanto. Mi si corregga se sbaglio.

L’ultima opera composta in vita, Il Conte di Kevenhüllernon è una variatio ossessiva di temi già emersi (tesi di alcuni critici), ma il punto più alto, la summa e il superamento di mezzo secolo di Opera caproniana. I temi e gli elementi di una vita di versi tornano, è vero; ma tornano variati, ridistillati in purezza, magistralmente rimodulati, implementati e drammaticamente (o ironicamente) rivolti ad un fine diverso e ulteriore: un passo nell’oltre, proprio là dove il dove non esiste. Nessuna epifania estatica. Nessun oltre-mondo si palesa minimamente mai. Solo un oltre-tempo, un oltre-istante. Perché quell’istante c’è, esiste e attende: la nostra uscita dalla Storia (cieca, sorda e inutile, mai capitalizzabile) esiste già. Quell’inesistente mare per il quale ci si appresta tutti da sempre a salpare. Un oltre caproniano, nero, zitto, assente, vuoto, senza Madonne o Beatrici ad attendere l’uomo, senza stelle a orientare il cammino: …il cammino non c’è. La meta è perdersi.

Dunque con questa raccolta Caproni tentava l’intentato: forzare le proprie stesse sentinelle e guardiani e guide e buttarsi a capofitto nei suoi stessi e famigerati luoghi non giurisdizionali. Nei campi, per i quali si era detto fosse inutile andare avanti. Questa è la sfida tematica e linguistica (ardua, da Dante in Paradiso) che in quest’opera il suo verso prova a dire.

I commenti che seguono a questi passi non sono affatto esaustivi e per di più son scritti di getto; ho ricercato la sintesi ma non sempre ci riesco. Vedo tutti i miei limiti. Pace. Prima della fine del mondo ci sarà pure un occhio disposto ad arrivare alla fine del foglio. Se c’è, bene, ho scritto per lui. Se no è lo stesso: felicemente la mia fatica non ha senso; spero però sempre di meritare la preziosa fatica altrui.

Buona lettura e buon ascolto.

L’erba si è fatta magra

Nell’incipit del primo di questi tre “improvvisi” (figura musicale in Shubert, Chopin…), risuona uno dei più famosi componimenti caproniani: L’ultimo borgo, del 1976, ne Il franco cacciatore. Circa un decennio prima, quel componimento si chiudeva così:

“[…] L’ora / era tra l’ultima rondine / e la prima nottola. // Un’ora / già umida d’erba e quasi / (se ne udiva la frana giù nel vallone) d’acqua / diroccata e lontana.”

Dissolvenza al nero e rumore.

Nel ’76 finiva così: l’immagine usciva dall’osteria e si sprofondava nel buio lontano di un altro di quei tanti torrenti a fondovalle, che fanno da sempre lo stesso rumore; quel rumore eterno ed immutato dell’acqua sui sassi che fa sovente da bordone a molti versi caproniani.

Il sonoro in Caproni.

Una delle tante “sole risposte” ai dubbi umani, alle apprensioni, alle paure: rumori vicini o lontani come il cigolio di certe porte, il rimbombo nella notte degli androni, il fischio dei freni, ingranaggi di ascensori, scatti di serrature, cani, spari, gabbiani, merli, nottole…

Rumore franante d’acqua.

“[…] L’ora / era tra l’ultima rondine / e la prima nottola.” L’indicazione dell’ora. Questo dato faceva da chiusura, maestosamente sorda e sospensiva, a suggello di una estenuante giornata di caccia. Caccia a chi o a che cosa, non era dato saperlo allora; mentre nel Conte di K. la caccia ha un oggetto/soggetto nella bestia, certo. Ma a questo punto del testo ormai è quasi notte e tutta la vicenda è quasi del tutto spenta, evaporata in nebbia. Di bestia neanche più si parla.

Oltre non si andava.

Quella caccia di allora (ne L’ultimo borgo del ’76) sapeva di reminiscenze di un vissuto bellico, sapeva di rastrellamento. Lasciava immaginare un giallo, una storia di spie, una guerra civile… Una vicenda fiaccante in cui, di ricercati e segugi senza volto, non sappiamo niente, che finisce in niente: …le loro stanchezze, le loro teste vuote, all’osteria di un ultimo borgo. Fuori solo rumore buio. Poi la fine del testo. Poco più in là c’è la fine del mondo. La fine della giurisdizione. Nessun altro dove. Rumore cieco di acqua scoscesa e franante in un vallone. Oltre non si va. Oltre non si andava. Sarà il caso di rileggerla tutta la cronistoria di quella giornata.

(Lettore, se non ne hai voglia adesso, salta al passo successivo e vedi il capitoletto Oggi, che ora è. Ma, lo sconsiglio. Prenditi il tuo tempo. Quando puoi).

L’ultimo borgo (1976)

“S’erano fermati a un tavolo / d’osteria. // La strada / era stata lunga. // I sassi. / Le crepe dell’asfalto. // I Ponti / più d’una volta rotti / o barcollanti. // Avevano le ossa a pezzi. // E zitti / dalla partenza, cenavano/ a fronte bassa, ciascuno / avvolto nella nube vuota / dei suoi pensieri. // Che dire. // Avevano frugato fratte e sterpeti. / Avevano / fermato gente – chiesto / agli abitanti. //”

Pausa. Il tempo di notare come l’azione cominci dalla sosta, (“S’erano fermati…”) e poi riporti alla strada percorsa. Il tempo di notare le scelte terminologiche mai enfatiche: il neutro “rotti” dove un altro avrebbe forse detto drammaticamente distrutti. Rompere i ponti (col passato, con qualcuno) è anche modo di dire corrente: quello che Caproni sceglie.

“Ovunque / solo tracce elusive / e vaghi indizi – ragguagli / reticenti o comunque / inattendibili. //”

Altra risonanza nettissima tra Il franco cacciatore Il conte di K.: ricorda la chiusura di INVANO, all’inizio della nostra caccia, che diceva: “[…] // Dovunque, / col cuore che mi scoppiava, / non scorsi la più piccola traccia.”
Riprendiamo:

Ora / sapevano che quello era / l’ultimo borgo. / Un tratto / ancora, poi la frontiera / e l’altra terra: i luoghi / non giurisdizionali. // “

(Grassetto mio). Poi la chiusura già letta:

“L’ora / era tra l’ultima rondine / e la prima nottola. // Un’ora / già umida  d’erba e quasi / (se ne udiva la frana giù nel vallone) d’acqua / diroccata e lontana.”

Oggi, che ora è.

Bene, un decennio dopo circa, l’ora s’è fatta ancora più tarda. E ancora più certa. Il Giorgio che scrive oggi ha superato la settantina. Dice semplicemente: “è l’ora mia”. Incipit straordinariamente vero e capitale, come una sentenza o una pena.
E sia.

Erba spontanea ovunque.

Infatti tornano tutti i suoi elementi più cari, quelli che tornano in tutta l’Opera dell’autore come strumenti o chiavi di note o accordi ricorrenti, Spontaneamente. Come spunta sempre l’erba nei campi.

Afterhours.

L’ora romantica della malinconia” al nono verso del testo odierno suona quasi non troppo ironico. Anche il titolo dei TRE IMPROVVISI, del resto, ce lo lascia supporre, essendo prettamente romantici gli improvvisi in musica. Ma quel che conta è altro: la forza di andare verso quel confine e superarlo. La forza di passare (oltre-passare) quell’ora.

Si passa il confine.

La voce dell’autore muove un passo oltre lo stop, la stazione di discesa o di posta, la frontiera, che si era sempre dato. I tanti campi e i tanti valloni che interdicevano il passaggio. Che sia questo il vero senso e la forza di tutta l’ultima opera composta in vita?

Che il Conte di K. trovi nell’inseguimento della Bestia una scusa buona per perdersi, per spingersi ancora più avanti e sfondare il confine e smarrirsi in quei campi, in quell’inesistente “dove” verso il quale l’autore non si era così apertamente e lucidamente spinto mai?

Nessuna guida o sentinella nega il passo.

La tensione all’indicibile è fortissima eppure – rigorosamente – nessuna traccia di trascendenze. Le mani ficcate nella materia del nulla come ultimo orizzonte d’attesa reale. Beata fatica in versi di un uometto rinsecchito nei suoi ultimi quattro anni di vita. Non aveva ancora scritto tutto nei circa cinquanta anni prima.

Superarsi sul proprio stesso terreno.

Oggi, verso sera, verso la fine della caccia, verso la fine del libro, verso la fine del concerto, quell’ultimo borgo, avamposto di dieci anni prima, è superato. La musica (riascoltiamola) è incredibilmente rarefatta e inafferrabile.

Caproni trova ancora forza e voce per superare sé stesso, sul proprio stesso terreno. Senza variare elementi, i suoi strumenti, il suo lessico ricorrente. L’ipotesi è che con il finale de Il Conte di K. siamo nel bel mezzo dei famigerati luoghi non giurisdizionali (formula-frase-fatta della critica letteraria caproniana); siamo nell’altra terra. Abbiamo varcato il confine; siamo dove la poesia de Il franco Cacciatore (e di tutto il Caproni precedente) si fermava. (Forse ad alcuni critici sfugge). Siamo nell’oltre.

Il gesto che annulla il mondo.

Varcato il confine ci muoviamo completamente fuori giurisdizione: dove la mente non può, non coglie, non serba. Sarà per questo motivo che il luogo (il dove), non esiste (come annunciato a chiare lettere in VERSI CONTROVERSI).

Esistono solo la mano e il volto. Coincidenza quasi beffarda con una anatomia iper-letteraria da canzoniere petrarchesco, ma qui non è questo: …piuttosto il gesto pietoso di chi chiude gli occhi al cadavere. Il gesto della mano che passa sul volto (il proprio?). Il gesto semplice, che per primo (nell’infante) e per ultimo, annulla il mondo.

“[…] una mano passa / sul volto, e annulla / città e campagne – il mare / lontano: le sue montagne.”

Il volto è il luogo.

Nel secondo dei tre improvvisi è il volto stesso ad esser diventato il luogo. Un luogo fatto volto (o un volto fatto luogo) dove la mano che passa risente (sente ancora) trame di paesaggi, di vita, di morte e di guerre (“le capitali rase”). Trame di lettere maiuscole (incipit di capitoli, capitali) e di singole esistenze.

L’acqua perde il rumore.

Si ritorni alla sezione PONTE NERO de Il franco Cacciatore. Si ritroverà anche la nottola: ma se là “[…] / (non c’era altra voce) […]“, oggi resta invece soltanto una voce che increspa il nulla come piccole onde (sonore) sull’acqua; ed è tutto ciò che resta.

L’erba è definitivamente nera (“strema l’ultimo verde”). L’arma è bianca e viene a trafiggere noi. L’acqua (per la prima volta nei suoi versi) è muta. Solo appena “…una voce che chiama” ne increspa la superficie silenziosa (…come faceva la libellula ne L’idrometra – all’inizio de Il muro della terra?). Una voce che chiama. Che cosa, o meglio, chi? Chiama il nostro nome? Sembra vicina. Che sia l’ora, della nostra esecuzione?

Esecuzione per sola voce.

Questo resta alla nostra ultima ora: una voce e il nulla. L’ora freddamente falcidia. Ad arma bianca. Dunque l‘acciaio del FONDALE nel teatrino dell’inizio, era già l’acciaio della lama che ci trapassa (il fondale della Storia). La lama (LA LAMINA?) che ci tra-passa è l’ora. In questo transito, trapassati (come trafitti, ma anche come già-passati, quindi “mai stati” – “[…] che per esser nati / non sono mai stati”), noi trapassiamo.

Opposti ugualmente in atto nel contempo, dentro lo stesso verbo, come la bestia (che “uccide uccisa”). Al presente (tempo verbale quasi onnipresente). Siamo essere e non essere insieme. Anche se non esisteva / la bestia c’era”.

Il tempo annulla e si sente solo una voce. Solo questa è la storia, alla fine. Detta con le stesse parole di sempre; quanto mai inaudite.
Con tutto quello che, sempre, resterebbe da dire.

Dissolvenza al bianco, quasi silenzio, quasi fine.

Quasi.

Entro il 7 gennaio 2013, gli ultimi quattro passi.

Esausti?

“In perpetua corsa”.

Riporto qui, a distanza di tempo, come promesso, a margine de IL FLAGELLO, un passo di un ottimo articolo di Elisa Donzelli scoperto oggi per caso, che proprio oggi fa al caso mio. Ne cito una parte ringraziando infinitamente l’autrice. Ripercorre (tra le altre cose, e ne consiglio una lettura per intero) le tracce di alcune fonti all’ispirazione caproniana per l’allegoria della Bestia. La lettura è lunga ma prometto gran ristoro al fondo.

Le fonti dell’ispirazione, come è normale, saranno state in sinergia con il tema già a lui caro della caccia, le leggende del Gevaudan, l’Avviso del Conte del 1792 ecc. Qui se ne scoprono radici ancor più lontane. Legate alle prime letture e ad un episodio vivido della sua giovinezza. Giorgio Caproni ultrasettantenne rielabora, magistralmente nella sua ultima composizione, infatuazioni e riminiscenze del ventenne che fu solo ieri.

Tracce della Bestia sull’erba.

Indizi odierni del giallo. Un poeta francese amato in gioventù; un suo libretto di poesie appartenuto a Caproni ventenne; una traccia di rossetto a pagina 17; una ragazza amata e persa, morta troppo in fretta; una cerva, apparsa sull’erba; reminiscenze di un sonetto del Petrarca. Una Bestia sfuggente, sempre, unica preda degna.

Fine anni Venti: Dante in edicola.

Dall’articolo di Elisa Donzelli: “[…] Il “baco della letteratura” Caproni diceva di averlo preso alle elementari, anni di “miseria nera” durante i quali leggeva Dante in un’edizione a dispense comprata dal padre in edicola. Giovanissimo, oltre ai classici e ai contemporanei, aveva scoperto i filosofi cui si era unita la passione precoce per la poesia straniera. L’elenco sarebbe lungo ma […] spicca il nome di un poeta francese [di Arras ndr] della generazione di Ungaretti, Pierre Jean Jouve, cui in Italia non si presta grande attenzione.”

Dunque tra le prime letture del Caproni in erba, spicca il nome (piuttosto sconosciuto in Italia) di un grande poeta francese Pierre Jean Jouve.

Rete di coincidenze.

Ancora Elisa Donzelli: “Tra gli scaffali del Fondo Marconi [a Roma, ndr] è nascosto un libretto di Jouve, Per esser gai come Titania, [appartenuto a Caproni ventenne ndr] che Aldo Capasso aveva pubblicato nel 1935 traducendo alcuni dei versi più incisivi del poeta di Arras. Dico nascosto perché il profilo sottile della Collezione degli “Scrittori Nuovi” di Emiliano degli Orfini [editore ndr] (la stessa che nel 1936 avrebbe accolto, grazie a Capasso, l’esordio poetico di Caproni Come un’allegoria […]) rischia di essere messo in ombra da volumi più corposi […] di un grande autore del Novecento francese.”

Tracce di rossetto sul foglio.

“[…] Quell’edizione curata da Capasso ha qualcosa in più rispetto agli altri volumi della Biblioteca. Chi si appresta a sfogliarla troverà tra le pagine ingiallite alcuni appunti che Caproni aveva segnato a margine dei testi. Fino a qui nulla di nuovo perché i libri del Fondo Marconi si presentano proprio così: note, pensieri, versi interrotti e scritti a mano con una grafia cuneiforme. Ma nel libretto di Jouve accanto alla poesia diciassettesima, sotto la traccia sbiadita di un rossetto rosso depositato sul margine del foglio, Caproni aveva scritto a matita un appunto veloce che a tentare di rileggerlo appare più o meno così:

‘Il segno rosso è un bacio di Olga datovi a Neiron[…] in una giornata di serenità’. Perché cadde proprio in questa poesia? E per di più è 17esima (17 febbraio amandoti, 27 febbraio peggiorando, 7 marzo morta a 27 anni!)’.”

Olga bacia la pagina 17.

Di Olga Franzoni, prima fidanzata del poeta morta in Val Trebbia nel 1936, la critica ha parlato molto. A quella ragazza, da poco scomparsa, Caproni aveva dedicato la prima edizione di Come un’allegoria [1936] e l’ultima poesia di Ballo a Fontanigorda. L’episodio della sua morte l’aveva ricordato nel racconto Il gelo della mattina, iniziato nel 1937 e simile allo Jouve di Dans les années profondes del 1935.”

Per i filologi dei secoli dopo.

Parentesi. Struggente immaginare un giorno di serenità di due ventenni degli anni Trenta (chissà dove: …sull’erba?) con un libretto di un oscuro poeta francese, e lei che gli lascia (per sempre) una traccia delle sue labbra su una pagina.
Oggi quel libro è conservato a Roma, nel Fondo Marconi, per i filologi dei secolo dopo.

“Poi il nome di Olga era scomparso ma la sua ombra era tornata a vivere nei Sonetti dell’anniversario del 1942 e nei versi di E lo spazio era un fuoco entrambi ambientati in una Roma di rovine e macerie dove il rossetto di quella ragazza spargeva, in incognita, i suoi segni febbrili […]. Oggi, grazie al libretto di Jouve conservato nel Fondo Marconi, la sua immagine di ragazza-lettrice scavalca ulteriormente l’eterno femminino della tradizione lirica italiana per mostrare una nuova natura camaleontica.”

I versi della pagina 17.

“Secondo Ungaretti in Jouve “l’amore si converte in morte spaccato dal peccato” e Risi […] ha aggiunto che per salvarsi l’uomo “esteriorizza i fantasmi che lo divorano”. Lo confermano i bestiari jouviani che riesumano la cerva di Petrarca e che inscenano il passaggio di una misteriosa bestia:

“Una bestia ammirabile dalla coscia segreta
Passa sulla terra infinitamente ferita –
Piaga di sangue spumeggiante e fresco –
Esso mi trascina, lo sento, fuori della città”.

[…] La Bestia con la ‘B’ maiuscola, si sa, è uno dei grandi temi dell’ultima stagione poetica caproniana ma, rileggendo questo articolo, viene il sospetto che all’anagrafe proprio lei, “(l’ónoma) che niente arresta”, fosse stata registrata sotto il nome di Jouve.”

Cerva, Laura, Olga, Bestia.

(Non a caso un titolo simile è qui). Sottolineerei nell’illuminate passaggio, come l’autrice stessa riveli che l’anagrafe riporti ancor prima una paternità a Petrarca (…e da lui, per ignoranza mia, sicuramente a qualcun altro prima). La cerva fu già allegoria dell’apparizione di Laura (si noti tra i versi del sonetto a seguire il senal provenzale del ramo d’alloro o lauro, segno che ne scherma e rivela la presenza sulla scena). Laura che forse, oltre che donna, fu allegoria ella stessa. Se così non fosse non sarebbe giunta a noi.

Una cerva superba, libera e imprendibile. Vista per un istante. Persa per sempre. Francesco dice: io caddi in acqua e lei sparì. Ce lo racconta così.

Francesco Petrarca, dal Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta), sonetto 190
(qui un pdf del testo con traduzione inglese)
 

Una candida cerva sopra l’erba
verde m’apparve con duo corna d’oro,
fra due riviere all’ombra d’un alloro,
levando ’l sole a la stagione acerba.

Era sua vista si dolce superba
ch’ i’ lasciai per seguirla ogni lavoro,
come l’avaro che ’n cercar tesoro
con diletto l’affanno disacerba.

“Nessun mi tocchi,” al bel collo d’intorno
scritto avea di diamanti et di topazi.
“Libera farmi al mio Cesare parve.”

Et era ’l sol già vòlto al mezzo giorno,
Gli occhi miei stanchi di mirar, non sazi,
Quand‘ io caddi ne l’acqua et ella sparve.

Inseguirò la mia cerva.

Perché l’ho vista sparire. Appare e scompare in tutte le vite. Se l’hai vista non puoi non lasciare per seguirla ogni lavoro. Alla luce di questo, se vi va, se non siete esausti dopo una battuta di caccia un po’ troppo lunga (…se avete avuto la forza di leggere – reggere – fino a questo punto!), riascoltiamo i versi finali della prima parte de IL FLAGELLO (41), dove appariva controluce proprio lei, subito persa eppure: sola preda degna.

“Da inseguire sempre / da inseguire ancora / fino ai laghi bianchi del silenzio”

Ma questo è Paolo Conte: …è della partita? Come no, sui titoli di coda. Verso la fine. Ci sta.

57 – L’OMBRA E IL CANTO

Siamo verso la fine. Tutto evapora o si cristallizza. Ci imbattiamo in uno dei passi apparentemente più enigmatici, in cui risuonano alcuni dei termini ricorrenti nei versi di Caproni fin dai primi tempi, in più di mezzo secolo di versi diversi (erba in rima ricca con serba, fresco, ombra, canto…).

Ai poeti in erba.

Ultimi versi dell’ultima opera: risuonano complessi è ovvio, chi li ha scritti, a fine vita, non è certo più un poeta in erba. Essere in erba: ecco una immagine immediatamente comprensibile che varrà più di mille note all’ascolto. Come sempre: la chiave per aprire questa porta ce l’avevamo tutti già in tasca.

Caccia persa.

Chiesa, fresco, erba, ombra, canto, mente. Nonostante i pochi termini elementari, l’effetto della composizione è altamente straniante, spiazzante per chiunque ad un primo approccio. La caccia è talmente persa ormai che quasi non ne resta la minima traccia (…non più solo della bestia: anche della caccia stessa). La vicenda o storia si è cancellata da sé e (come da COROLLARIO) anche di questa non resta che una testimonianza morta che vale quanto una fantasia.

Povera mente semplice.

I termini del linguaggio sono di un realismo elementare eppure l’effetto del linguaggio è (…onirico?) semplicemente quello della mente quando dorme. Non solo il sonno (o LA FRANA) della ragione (…ricordate il terrore?) limita la capacità di qualsiasi discorso, anche il suo naturale (ragionevole) limite: “non riesco”. Tutta l’Opera di Caproni è costellata di ammissioni di incapacità.

Ombra del dubbio.

Restano forse abbordabili giusto le parti elementari che per Caproni sono pochi termini esili dal peso specifico immenso, semi di un qualche residuo di senso: lo seminano, lo evocano, non lo rivelano; se ci provano lo perdono. Germogliano e crescono nell’ombra del dubbio e mai subito; bisogna aspettare e osservare che frutto danno, se e quando mai ne daranno.

Equivoco a margine.

Esiti come questo hanno spesso generato l’equivoco del Caproni “ermetico” (oggi scialba  e mortifera etichetta scolastica), ma siamo evidentemente agli antipodi dal culto per le parole-rivelazione che deflagrano di significato e aprono ad un qualche senso iniziatico: siamo anzi alla polverizzazione del linguaggio che si affida per quel poco a pochi umili semi con la consapevolezza che tutti i discorsi di parola falliranno.

Entriamo dentro.

C’è un ennesimo ingresso. L’ingresso al luogo del culto: una sorta d’inerzia che accade all’esistenza in quanto tale. Accade a quella forma elementare di esistenza che è l’uomo o l’erba, che continuamente spunta, muore e spontaneamente si rigenera. I dati sensoriali sono il poco che temporaneamente resta di tutta l’esperienza. Il canto si perde nell’ombra o forse il canto è l’ombra stessa.

Il canto e l’ombra dell’erba.

Possiamo raccogliere un dato di fatto: l’erba produce (ha o fa) ombra e voce.
Risuona un verso lì, nel bel mezzo del tutto, di una semplicità disarmante:

C’era fresco.

Non è difficile. C’era fresco e dunque… E dunque ecco tutto. Resta, di assolutamente certo, questo. C’era fresco.

55 – VERSI CONTROVERSI

Erba: …vita. Tutta la vita. Che spunta verde. Sempre.
Dall’occhio che la vede all’ultimo orizzonte che la perde.

Questi versi (controversi o contro quei versi di prima), non li nominare.
Ascoltali. Non li commentare.

Erba francese.

“Nel giugno del ’78 fui invitato al Centre national d’art e de culture  George Pompidou, per una lettura dei miei versi, insieme con Mario Luzi e a Vittorio Sereni.

Mi fece da interprete André Frénaud, che dopo la mia lettura in italiano lesse le stesse poesie nella sua traduzione francese.

Andai a Parigi il 4 (la lettura avvenne il 5), accompagnato da mia figlia Silvana, e là mi trattenni una decina di giorni, alloggiato all’Hotel Odéon.

Ne nacquero questi appunti o piccole sottopoesie, che qui mi piace pubblicare per semplice necessità sentimentale e mnemonica”.
(Giorgio Caproni)

Poesie come fotografie, diversi titoli alludono al parallelo. Le foto senza pretese di una vacanza. Intitolò Erba francese le istantanee di quei giorni, le sue foto-ricordo parigine.

Perché erba?

La parola erba è una delle più ricorrenti nel canzoniere di Caproni in più di mezzo secolo di versi. Sarebbe impegnativo darne un resoconto approfondito. Tagliando corto potremmo abbozzare la tesi che essa sia sempre connessa ad una qualche forma di spontaneità vitale, il mondo pulsante dei fenomeni esistenti, nella loro semplicità, nella loro apparenza; o nella loro semplicità apparente; così come il verde appare il colore delle cose che esistono, resistono, sopravvivono. Detta così parrebbe quasi banale: …la grandezza del poeta sta anche in questo. Una gita parigina con la figlia nel 1978: …erba francese, senza nessuna pretesa, sono le immagini a matita di un (grande) poeta in tutta la sua semplicità, umiltà, (grandezza).

…Tutto questo per dire? Il prossimo appuntamento sarà qui:

Venerdì 21 settembre alle ore 19:00 presso LA LIBRERIA, 89 Rue du Faubourg Poissonnière 75009 Paris (info: 01 40 22 06 94), dove insieme agli amici di Tarzan Records presenteremo l’album prodotto nel centenario della nascita di Giorgio Caproni.

QUI la pagina Facebook dell’evento. Quanto alle istantanee contemporanee, potremo condividerle in diretta se vi va, seguendo il profilo Twitter @GiovanniSucci

Erba francese che comincia così: …sul treno (il diretto “Palatino”) in corsa verso Parigi.

In corsa (da Erba Francese), Giorgio Caproni 1978

In corsa (da Erba Francese), Giorgio Caproni 1978

P.S. Trovate qui una versione di Erba francese in un file PDF riprodotto da Vico Acitillo, che ringrazio.