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Il Ponte.

Poi una sera mi son rotto i coglioni. Spento Netflix, notizie, opinioni… Eccomi, deambulo a vuoto nella penombra. Affogo o respiro? Afferro il mattone riposto sul piano, mi ci cade lo sguardo, apro a caso l’OPERA IN VERSI del mio amico Giorgio, massì. Sentire un amico fa bene ogni tanto. Apro a caso e mi escono questi:

ALLA PATRIA

Laida e meschina italietta.
Apetta quello che ti aspetta.
Laida e furbastra italietta.

AHIMÈ

Fra le disgrazie tante
che mi son capitate, 
ahi quella d’esser nato
nella << terra di Dante >>.

La sezione delle rime ANARCHICHE, all’interno di “Res amissa”, la raccolta che uscì postuma, dopo il 1990, finiva così.

Pensierini.

Stessa raccolta e sezione dalla quale – tra parentesi – fu estrapolato il famigerato tema d’esame della Maturità 2017, quando il nostro balzò agli onori delle cronache raccogliendo una buona dose di imbecillità tricolore: “…ma chi cazzo è questo” fu il commento quasi unanime della nazione.

Svolgimento.

Ruttanti e scoreggianti, un paio di neuroni residui che tengo nascosti, se ne escono dal retrobottega fetido della mia mente e occuparono due tavoli all’osteria Le Vecchie Tempie, proprio qui all’angolo della mia testa, rimbalzandosi dei botta e risposta.

Terra di Dante.

Uno di quei due neuroni, il più brillante, dandosi delle arie, ripensava – ma pensa un po’ – proprio a Dante e a certe mie vicissitudini recenti.

Sei tu quello là – mi dice ruttando – che se ne va in giro a spacciare letture di Dante, di roba del Sommo che nessuno si fila? Coglione sfigato che sei. Beccati ‘sta scena di un mesetto fa, te la ricordi?

E mi rispedisce in un ufficio comunale qui delle mie parti (più precisamente in Italia), dove un Assessore alla Cultura, gentile e solerte, volenteroso ma disarmato di fronte all’evidenza dei fatti, mi confessa candidamente che no: Dante non interessa, perché Dante… Come dire, è cultura.

Rivedo me, anch’io un po’ abbacchiato, mentre annuisco all’assessore, ed effettivamente non posso che confermare. AHIMÈ. Sì, in effetti Dante, sarebbe, tipo cultura. Ahimè, sì.

Ma non essendo cultura come un vino o un agnolotto, Lei capisce bene, che in quanto tale, non ha spazio in bilancio. Non me lo passano.

Capisco, ci mancherebbe altro.

Coglione.

Poi attacca l’altro neurone e ruttando mi da del coglione, per una serie di motivi che non sto ad elencare, alcuni anche evidenti… E poi insiste a girare coltelli nelle miei piaghe e, tra questi, ce n’è uno lungo a lame frastagliate che, più o meno, fa così.

Stronzone.

– Minchia quello della cultura! Dovresti vergognarti anche solo a nominarla. Tu lo sai, lo sai che hai mollato il blog su Caproni a gennaio 2018, promettendo dell’altro che poi non hai più scritto un cazzo, te lo lo ricordi, sì? Vergogna. Lo sai che tal Zanotti Emiliano ti sgancia un euro al mese (per un cazzo!) e che i Fantastici Quattro Lettori non san manco più se esisti? Ormai ti danno tutti per bollito su Netflix o a ravanare Metal anni Ottanta su Youtube. Buonista di merda, vergogna.

Buffone.

– Vero! Ma non solo. Scommeto – fa l’altro, scoreggiando – che non sai manco più dov’eri rimasto su quel cazzo di blog di merda. Vediamo un po’ come stai messo a memoria, dai, spara qualche verso del Conte di come-cazzo-si-chiama, dai, che vogliamo ridere. Spara! Spara! SPARA!

Muori.

Muori disse il neurone. E io, imbabanato come un facocero scrollato dal letargo, estraggo in piena notte a caso un verso, vediamo un po’… LA FRANA. Com’era più? Così.

No, il Conte non stravedeva.
Anzi, aveva avuto fiuto, il Conte.

Giorno: il 14 luglio.
[…]
Sul ponte,
pugnalato e in tremore.

BOOM!!!

La frana, il ponte… Ti dice niente?

Il neurone più sveglio (non so quale dei due) mi esplode in testa al suono di quella data, gli ricorda qualcosa. Non il 14 luglio, ma il 14 agosto, cazzo: il Conte si era sbagliato sì, ma di pochino.

– Che cazzo stai dicendo Joh!? – Parla ormai come in un serial televisivo.
– Genova, 14 agosto, poco più di un mese fa…
– Oh cazzo… Il ponte, pugnalato e in tremore
– Com’era più?! La stiamo perdendo! Via! via! via! Boom!!! Figli di puttana.

– OK Joh, ma stai calmo.

Ecco LA FRANA, apparve proprio ad agosto (2011) su questo blog (aprila in un’altra finestra). Che ironia.

– Oh com’era diverso il nostro stile; oh come anche noi – come tutto – siamo andati in vacca.
– Vacca tua madre. Rimettila qui di seguito, tirchio. E mettici l’audio e pure il testo. E poi basta, ‘sto post di merda chiudilo qui. Per gente sveglia come noi non c’è da aggiungere altro.

LA FRANA

No, il Conte non stravedeva.
Anzi, aveva avuto fiuto, il Conte.

Giorno: il 14 luglio.
Anno: quello tra Il Flauto Magico,
a Vienna, e, a Parigi, il Terrore.

In lui, non il minimo errore
di calcolo.

Anche se non esisteva,
la Bestia c’era.

Esisteva,

e premeva.

Nel cuore.

Tra gli alberi.

Sul ponte,
pugnalato e in tremore.

Uscito dalla mia tana,
guardavo – nel linciaggio
della mente – il paesaggio.

Ai miei occhi, una frana.

La frana d’un’alluvione.

La frana della ragione.

 

[Le sottolineature sono mie]

Bucio de cuore.

E invece io aggiungo. Perché l’altro neurone non era poi così convinto. Va bhè dai, coincidenze, il caso, una dose di culo (cioè sfiga a dire il vero..). Mi vorrai mica dire preveggenza?

Signori. Coincidenza o preveggenza, resta il fatto. Anche un orologio guasto segna l’ora esatta due volte al giorno, certo.
– Cazzo c’entra, ruttò il neurone.

Resta il testo.
Resta nel tempo.

Non il minimo errore di calcolo, …ecco magari no, diciamo che s’è sbagliato di un mesetto.
– Ma che cazzo sarà successo mai quel 14 di luglio?

Tutto.

La rivoluzione.

– Ma l’anno? L’anno non era mica quello, non è lo stesso.
Come no: l’anno, un anno o l’altro, …è esattamente lo stesso!

L’anno è quello. È sempre quello. Non siamo praticamente sempre tra il faluto magico di un pifferaio di turno e il terrore del giorno? Non siamo sempre alla Rivoluzione?

E dove siamo, se non a Parigi? La capitale del più elevato ed illuminante pensiero filosofico occidentale, che rischiarò le tenebre del Medioevo, per produrne, giustamente, gradualmente, inesorabilmente, un altro. Ma tutto nuovo.

Parigi.

Cioè ovunque. “In ogni dove”. (Così si apriva l’Operetta, con IL FONDALE DELLA STORIA – Un fondale fittizio, certo, di cartapesta. Come la nostra, appunto, come questa, come quella, come TUTTA la Storia).

E dopo il disastro usciamo dalla tana, la mente linciata, sgraniamo gli occhi alla rovina.

Il diluvio è sempre.

Genova, 14 agosto 2018.

La ragione frana sempre, ovunque, continuamente. I ponti si fanno, i ponti cadono (…o almeno, quelli che facciamo noi, può essere). E la Bestia c’era. L’han vista tutti, infatti nessuno sa com’è fatta.

Nei cavi mancanti, nelle foreste di calcestruzzi, in tutte quelle inutili preventive e postume perizie, parole, perizie, parole, perizie, parole, perizie, parole, perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, la bestia, parole,  perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, parole,  perizie, parole.

La Bestia c’era, esisteva e premeva. Era nel testo: era nel CUORE. Parola sacra alla patria.

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Genova è nel cuore. Adesso. Prima era più verso la milza. Ma adesso è nel cuore, lo dice la maglietta. Ma non solo: abbondanza e riparazione. Tutto a costo zero, quindi spara dei gran cuoricini, zio.

Eccoli, fin che vuoi, gli italici cuori, che ci riparano il ponte, ci ri-parano il culo e siamo a posto: che carini, che grandi, schierati come tanti palloncini in un cielo gonfio di balle colorate a formare un unico grande cazzo di cuore di merda. Così parlò il neurone scoreggia, e conquistò la mia stima. Ancora una volta: IL CUORE, geniale.

Evacuare di cuore.

Ci avevano messo il cuore nel farlo, ‘sto ponte? Magari un po’ meno, magari un po’ a cazzo, ma era tutto fatto col cuore, il nostro cuore pulsante di italiani di cuore, nel cuore del boom economico. E se manca un cavetto, che sarà mai, non ce l’hai un po’ cuore? Ma adesso. Adesso che c’è da rifarlo, ‘sto ponte, vogliamo rifarlo davvero col cuore? Eccome. Non la vedi la maglietta? Se lo dice la maglietta, fidati, è fatta.

Vomito un attimo e sono subito da voi.

Ma se ghe penso.

Caso o preveggenza, il fatto – così come il verso di Caproni, anzi qui il verso è il vero fatto – il fatto resta. E resta per sempre, come il crollo del ponte Morandi. Nella fattispecie a Genova. Più precisamente, in ogni dove.

La Bestia era (è) (sarà) “…sul ponte, / pugnalato e in tremore”.

Ed ecco Genova, signore e signori. Usciamo dalla tana e guardiamola. La Genova di Caproni. Pugnalata e in tremore. Fosse retorica sarebbe bello, ma AHIMÈ si tratta di cronaca. Cronaca Italiana.

E pensa che culo Giorgio mio, non averla vista, almeno tu, per un soffio; che ti sei perso l’ultimo trentennio. (Chissà le meraviglie che ci perderemo noi). Cambiato qualcosa? Certo, cambiato identicamente tutto. Rivoluzionato il mondo. Non ti dico l’Italia, poi. Infatti è sempre diversamente uguale.

Ti accendo un telegiornale? Anche no? Ok.

Canta Morandi.

Pensa un po’ che davvero, anche sul Ponte Morandi la Bestia era già lì.

In attesa. Aspettava. Lo si sapeva. L’avevano annusata, avvistata… L’avevano intravista, nel degrado della superficie: …ma chi avrebbe mai potuto immaginare – con tutto il cuore – che li degrado fosse anche dentro (sic) e fosse vero (sic), producesse effetti (sic). I cacciatori provetti avevano sparato qualche colpo a zero, un po’ qua un po’ là, come si fa da noi, un po’ in alto, un po’ a caso, un po’ a culo, con tutto il cuore.

Ma poi a un certo punto era pronta la pasta.

E così niente, alla fine la Bestia ci ha stanati Lei.

Una mossetta, una cazzatella da Natura leopardiana nella Ginestra, anche un po’ stronza. (La Natura stronza immaginata da un gobbo, ovvio, mica qulla ridente nostra che sorride a noi che siamo sani). Vabbè dai, siam gente solare. Ora ci mettiamo un’alta bella botta di cuore e toreneremo a sorridere.

Chi è di scena?

Bene. Siamo a prima dei sorrisi distensivi e rassicuranti, giusto? Allora. Il copione dice che adesso è il tempo di un bel po’ di SCONCERTO (ma pensa, ci eravamo lasciati proprio con questo). E arriveranno, vedrai Giorgio, “…i restauratori / […] Forti. / Alti. / Tutti più alti del vero”). Ci avevi preso anche in questo.

[…]
La Reggia, il Tribunale, il Duomo…
Com’erano, così paurosamente
– e in un sol lampo – spariti?

Ops,  pure il ponte? Oh cribbio.
Comunque è pronto in tavola.

La nostra cultura è buona.

Noi facciamo i ponti belli e poi ce li crollano gli altri. La vulgata è pressapoco questa. Così a caldo, dal cuore. Ma la cultura, la nostra, è buona. L’orgoglio nazionale mai così alto.

Perché siamo buoni, essere buoni è la nostra cultura. Ma mica come Dante e tutti gli intellettuali del cazzo – ruttò il neurone. No. Buoni come il vino, l’agnolotto… Quelli sì che li facciamo bene e (salvo quando allungammo giusto un po’ col metanolo), quelli, il vino, la pizza, la parmigiana con le melanzane, ci vengono benissimo e non ci sono mai crollati addosso. Vai tranquillo.

– Prova a farla senza le melanzane ma solo col cuore la parmigiana, e poi vedi.
– Ideona – scorreggiò il neurone – che il nuovo ponte lo facciamo fare allo Chef.

Fine.

E alla fine, come vedi, anche io la faccio franca: di tutti i post promessi a inizio anno, eccone un altro e con questo fanno due. Due bei post targati 2018 li ho cacati: bella. A posto così. Questo è pure bello lungo, fattelo bastare. Zanotti sgancia l’euro e fatteli bastare. Fantastici Quattro, sucate. Io vi lascio di tutto cuore con la fine. Cioè l’inizio. Come sempre la Bestia è un loop: coincidono.

ALLA PATRIA

Laida e meschina italietta.
Apetta quello che ti aspetta.
Laida e furbastra italietta.

AHIMÈ

Fra le disgrazie tante
che mi son capitate, 
ahi quella d’esser nato
nella << terra di Dante >>.

 

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51 – INTARSIO

Non a caso ero lì. Il 17 marzo 2010, a Genova nell’atrio del Teatro della Corte, era il turno del professor Giorgio Bertone, mio ex-prof mille anni fa. Un suo intervento su Caproni nell’ambito di un ciclo di conferenze in occasione del ventennale della morte. Età dell’uditorio da geriatria e qualche sparuto studente di lettere, evidentemente sotto esame. Altri motivi per esserci, alle conferenze sui poeti, alle nostre latitudini, non se ne vedono: o si è il relatore; o si è l’assessore; o si è ottuagenari; o agli studi forzati. Io ero lì per distrarmi. Non a caso ero lì.

Ne valse la pena. Ne ricavai ben più di un’idea. Bertone commentò acutamente alcuni dei miei pezzi preferiti di Caproni, tra i quali “L’Idrometra” e questo “Intarsio”. Fu illuminante sul finale: mi era sfuggito, in questa poesia, dopo tutto quel rincorrere fantasmi per Genova, tra la darsena e i vicoli, il peso specifico centralissimo di quella finestra. Altra finestra? (…Caproni è in fissa con gli infissi: chi frequenta questa finestra del browser ormai lo sa).

Da una finestra (come all’inizio del poema “…da dietro una tendina battente” – La Lamina – la lama di luce, ma allora eravamo dentro, ora qui siamo fuori) vediamo affacciarsi chi? Proprio lui (il doppio di questa partita doppia?); un doppio che elide il suo doppio, non lo completa anzi lo sottrae; il tale che si cerca nell’arco del testo, mentre affiorano ricordi ovunque; e per un momento appena pare di vederlo, non in strada (dove lo si cerca), ma di furto, alla finestra. Non a caso era lì.

Appare rapido ma non teso, con l’occhio lasco, imbracciando un’arma desueta e fallibile (una balestra che viene detta cieca: senza alcuna capacità di vista o precisione) nell’atto di prendere la mira (una mira troppo corta). Su cosa puntava? Cosa sperava di colpire. Affacciato alla finestra come all’esistenza.

Non a caso ero lì. Il 17 marzo 2010, a Genova nell’atrio del Teatro della Corte dove Bertone evoca un dipinto del 1935 di René Magritte dal titolo “La condizione umana”. Eccola. Ed ecco un’altra finestra. Ecco gli umani affacciati all’esistenza dai riquadri degli sguardi incorniciati dei secoli: carrellate di dei e semidei scalpitanti e giocondi sorrisi beffardi di avi e personaggi, ecco l’arte che ci inquadra e ritaglia via dalla vita, la musica sulla pagina fatta a forma di finestra, ecco la scrittura, la ricerca, affacciata sul vento. Giusto quel che resta – forse – del senso.

50 – L’UBICAZIONE

A Savona? A Genova? A Seal Rokcs in California? A Palo Alto? A Lodi?
Quale Lodi, questa; o questa?
Forse bevo, ovunque, semilarvale, dal mio bicchiere, la mia inesistenza.
Semilarvale: da larva, che nella sua etimologia latina è il fantasma.
E sfumo via.

Genova, 17 giugno 2012.

Le mie note di apertura alla lettura di stasera, al festival internazionale di poesia di Genova.

Genova, buonasera. Giorgio Caproni nacque cento anni fa, in un’altra città, che forse non esiste; ed ebbe poi la curiosa sorte di morire, ventidue anni fa. Gli accadde in un’altra città, che esisterà forse. In quella parantesi, tra le tante cose, amò Genova così forte che ne disse, ne scrisse da qualche parte, a qualche tavolo, in qualche modo. Così stanotte noi, che forse siamo, in questa città, che forse esiste, ricordiamo il nome di uno scomparso che scrisse. Ma è lui a ricordare noi: sarà Giorgio Caproni, ormai, a ricordare Genova per sempre, a chiunque avrà occasione di ascoltare o di leggere. Giorgio Caproni che sicuramente esiste, perché ha lasciato mille di queste contorte tracce. Eccole. Proviamo qui adesso a dirne alcune composte per ultime. Grazie.

Una terza fuori luogo

Una terza nota per ringraziare le cinque persone che leggono questo audioblog e per scusarmi se ultimamente gli aggiornamenti sono stati più radi. La vita fa di tutto per distrarci da quel che amiamo e ogni tanto ci riesce. La bella notizia è che il Festival Internazionale di Poesia di Genova, ha invitato il sottoscritto a chiudere l’edizione 2012 con letture in onore del centenario della nascita di Caproni, la sera del 17 giugno prossimo. Un evento significativo, come lo è il fatto che la città più cantata da Giorgio Caproni non abbia dimenticato la ricorrenza centenaria di un suo figlio eterno, per quanto d’adozione. Quanto a me che avrò questo onore, sarò lì nelle vesti di un corpo parlante, una semplice cassa in carne ed ossa pulsante. Uno strumento. Un passante.

Vi aspetto.