58 – TRE IMPROVVISI SUL TEMA LA MANO E IL VOLTO

Premessa, verso la fine.

I TRE IMPROVVISI sono un preludio alla fine. Del poema. Ragionevolmente anche di chi lo scrive. Giorgio Caproni nel 1986 è un uomo di circa 74 anni, eppure è al culmine della propria lucidità compositiva. Un distillatore straordinario che ha ancora qualcosa da aggiungere, di ulteriormente complesso dal punto di vista poetico e filosofico, al proprio percorso di autore. Non esiste altro versificatore italiano del Novecento di cui si possa affermare altrettanto. Mi si corregga se sbaglio.

L’ultima opera composta in vita, Il Conte di Kevenhüllernon è una variatio ossessiva di temi già emersi (tesi di alcuni critici), ma il punto più alto, la summa e il superamento di mezzo secolo di Opera caproniana. I temi e gli elementi di una vita di versi tornano, è vero; ma tornano variati, ridistillati in purezza, magistralmente rimodulati, implementati e drammaticamente (o ironicamente) rivolti ad un fine diverso e ulteriore: un passo nell’oltre, proprio là dove il dove non esiste. Nessuna epifania estatica. Nessun oltre-mondo si palesa minimamente mai. Solo un oltre-tempo, un oltre-istante. Perché quell’istante c’è, esiste e attende: la nostra uscita dalla Storia (cieca, sorda e inutile, mai capitalizzabile) esiste già. Quell’inesistente mare per il quale ci si appresta tutti da sempre a salpare. Un oltre caproniano, nero, zitto, assente, vuoto, senza Madonne o Beatrici ad attendere l’uomo, senza stelle a orientare il cammino: …il cammino non c’è. La meta è perdersi.

Dunque con questa raccolta Caproni tentava l’intentato: forzare le proprie stesse sentinelle e guardiani e guide e buttarsi a capofitto nei suoi stessi e famigerati luoghi non giurisdizionali. Nei campi, per i quali si era detto fosse inutile andare avanti. Questa è la sfida tematica e linguistica (ardua, da Dante in Paradiso) che in quest’opera il suo verso prova a dire.

I commenti che seguono a questi passi non sono affatto esaustivi e per di più son scritti di getto; ho ricercato la sintesi ma non sempre ci riesco. Vedo tutti i miei limiti. Pace. Prima della fine del mondo ci sarà pure un occhio disposto ad arrivare alla fine del foglio. Se c’è, bene, ho scritto per lui. Se no è lo stesso: felicemente la mia fatica non ha senso; spero però sempre di meritare la preziosa fatica altrui.

Buona lettura e buon ascolto.

L’erba si è fatta magra

Nell’incipit del primo di questi tre “improvvisi” (figura musicale in Shubert, Chopin…), risuona uno dei più famosi componimenti caproniani: L’ultimo borgo, del 1976, ne Il franco cacciatore. Circa un decennio prima, quel componimento si chiudeva così:

“[…] L’ora / era tra l’ultima rondine / e la prima nottola. // Un’ora / già umida d’erba e quasi / (se ne udiva la frana giù nel vallone) d’acqua / diroccata e lontana.”

Dissolvenza al nero e rumore.

Nel ’76 finiva così: l’immagine usciva dall’osteria e si sprofondava nel buio lontano di un altro di quei tanti torrenti a fondovalle, che fanno da sempre lo stesso rumore; quel rumore eterno ed immutato dell’acqua sui sassi che fa sovente da bordone a molti versi caproniani.

Il sonoro in Caproni.

Una delle tante “sole risposte” ai dubbi umani, alle apprensioni, alle paure: rumori vicini o lontani come il cigolio di certe porte, il rimbombo nella notte degli androni, il fischio dei freni, ingranaggi di ascensori, scatti di serrature, cani, spari, gabbiani, merli, nottole…

Rumore franante d’acqua.

“[…] L’ora / era tra l’ultima rondine / e la prima nottola.” L’indicazione dell’ora. Questo dato faceva da chiusura, maestosamente sorda e sospensiva, a suggello di una estenuante giornata di caccia. Caccia a chi o a che cosa, non era dato saperlo allora; mentre nel Conte di K. la caccia ha un oggetto/soggetto nella bestia, certo. Ma a questo punto del testo ormai è quasi notte e tutta la vicenda è quasi del tutto spenta, evaporata in nebbia. Di bestia neanche più si parla.

Oltre non si andava.

Quella caccia di allora (ne L’ultimo borgo del ’76) sapeva di reminiscenze di un vissuto bellico, sapeva di rastrellamento. Lasciava immaginare un giallo, una storia di spie, una guerra civile… Una vicenda fiaccante in cui, di ricercati e segugi senza volto, non sappiamo niente, che finisce in niente: …le loro stanchezze, le loro teste vuote, all’osteria di un ultimo borgo. Fuori solo rumore buio. Poi la fine del testo. Poco più in là c’è la fine del mondo. La fine della giurisdizione. Nessun altro dove. Rumore cieco di acqua scoscesa e franante in un vallone. Oltre non si va. Oltre non si andava. Sarà il caso di rileggerla tutta la cronistoria di quella giornata.

(Lettore, se non ne hai voglia adesso, salta al passo successivo e vedi il capitoletto Oggi, che ora è. Ma, lo sconsiglio. Prenditi il tuo tempo. Quando puoi).

L’ultimo borgo (1976)

“S’erano fermati a un tavolo / d’osteria. // La strada / era stata lunga. // I sassi. / Le crepe dell’asfalto. // I Ponti / più d’una volta rotti / o barcollanti. // Avevano le ossa a pezzi. // E zitti / dalla partenza, cenavano/ a fronte bassa, ciascuno / avvolto nella nube vuota / dei suoi pensieri. // Che dire. // Avevano frugato fratte e sterpeti. / Avevano / fermato gente – chiesto / agli abitanti. //”

Pausa. Il tempo di notare come l’azione cominci dalla sosta, (“S’erano fermati…”) e poi riporti alla strada percorsa. Il tempo di notare le scelte terminologiche mai enfatiche: il neutro “rotti” dove un altro avrebbe forse detto drammaticamente distrutti. Rompere i ponti (col passato, con qualcuno) è anche modo di dire corrente: quello che Caproni sceglie.

“Ovunque / solo tracce elusive / e vaghi indizi – ragguagli / reticenti o comunque / inattendibili. //”

Altra risonanza nettissima tra Il franco cacciatore Il conte di K.: ricorda la chiusura di INVANO, all’inizio della nostra caccia, che diceva: “[…] // Dovunque, / col cuore che mi scoppiava, / non scorsi la più piccola traccia.”
Riprendiamo:

Ora / sapevano che quello era / l’ultimo borgo. / Un tratto / ancora, poi la frontiera / e l’altra terra: i luoghi / non giurisdizionali. // “

(Grassetto mio). Poi la chiusura già letta:

“L’ora / era tra l’ultima rondine / e la prima nottola. // Un’ora / già umida  d’erba e quasi / (se ne udiva la frana giù nel vallone) d’acqua / diroccata e lontana.”

Oggi, che ora è.

Bene, un decennio dopo circa, l’ora s’è fatta ancora più tarda. E ancora più certa. Il Giorgio che scrive oggi ha superato la settantina. Dice semplicemente: “è l’ora mia”. Incipit straordinariamente vero e capitale, come una sentenza o una pena.
E sia.

Erba spontanea ovunque.

Infatti tornano tutti i suoi elementi più cari, quelli che tornano in tutta l’Opera dell’autore come strumenti o chiavi di note o accordi ricorrenti, Spontaneamente. Come spunta sempre l’erba nei campi.

Afterhours.

L’ora romantica della malinconia” al nono verso del testo odierno suona quasi non troppo ironico. Anche il titolo dei TRE IMPROVVISI, del resto, ce lo lascia supporre, essendo prettamente romantici gli improvvisi in musica. Ma quel che conta è altro: la forza di andare verso quel confine e superarlo. La forza di passare (oltre-passare) quell’ora.

Si passa il confine.

La voce dell’autore muove un passo oltre lo stop, la stazione di discesa o di posta, la frontiera, che si era sempre dato. I tanti campi e i tanti valloni che interdicevano il passaggio. Che sia questo il vero senso e la forza di tutta l’ultima opera composta in vita?

Che il Conte di K. trovi nell’inseguimento della Bestia una scusa buona per perdersi, per spingersi ancora più avanti e sfondare il confine e smarrirsi in quei campi, in quell’inesistente “dove” verso il quale l’autore non si era così apertamente e lucidamente spinto mai?

Nessuna guida o sentinella nega il passo.

La tensione all’indicibile è fortissima eppure – rigorosamente – nessuna traccia di trascendenze. Le mani ficcate nella materia del nulla come ultimo orizzonte d’attesa reale. Beata fatica in versi di un uometto rinsecchito nei suoi ultimi quattro anni di vita. Non aveva ancora scritto tutto nei circa cinquanta anni prima.

Superarsi sul proprio stesso terreno.

Oggi, verso sera, verso la fine della caccia, verso la fine del libro, verso la fine del concerto, quell’ultimo borgo, avamposto di dieci anni prima, è superato. La musica (riascoltiamola) è incredibilmente rarefatta e inafferrabile.

Caproni trova ancora forza e voce per superare sé stesso, sul proprio stesso terreno. Senza variare elementi, i suoi strumenti, il suo lessico ricorrente. L’ipotesi è che con il finale de Il Conte di K. siamo nel bel mezzo dei famigerati luoghi non giurisdizionali (formula-frase-fatta della critica letteraria caproniana); siamo nell’altra terra. Abbiamo varcato il confine; siamo dove la poesia de Il franco Cacciatore (e di tutto il Caproni precedente) si fermava. (Forse ad alcuni critici sfugge). Siamo nell’oltre.

Il gesto che annulla il mondo.

Varcato il confine ci muoviamo completamente fuori giurisdizione: dove la mente non può, non coglie, non serba. Sarà per questo motivo che il luogo (il dove), non esiste (come annunciato a chiare lettere in VERSI CONTROVERSI).

Esistono solo la mano e il volto. Coincidenza quasi beffarda con una anatomia iper-letteraria da canzoniere petrarchesco, ma qui non è questo: …piuttosto il gesto pietoso di chi chiude gli occhi al cadavere. Il gesto della mano che passa sul volto (il proprio?). Il gesto semplice, che per primo (nell’infante) e per ultimo, annulla il mondo.

“[…] una mano passa / sul volto, e annulla / città e campagne – il mare / lontano: le sue montagne.”

Il volto è il luogo.

Nel secondo dei tre improvvisi è il volto stesso ad esser diventato il luogo. Un luogo fatto volto (o un volto fatto luogo) dove la mano che passa risente (sente ancora) trame di paesaggi, di vita, di morte e di guerre (“le capitali rase”). Trame di lettere maiuscole (incipit di capitoli, capitali) e di singole esistenze.

L’acqua perde il rumore.

Si ritorni alla sezione PONTE NERO de Il franco Cacciatore. Si ritroverà anche la nottola: ma se là “[…] / (non c’era altra voce) […]“, oggi resta invece soltanto una voce che increspa il nulla come piccole onde (sonore) sull’acqua; ed è tutto ciò che resta.

L’erba è definitivamente nera (“strema l’ultimo verde”). L’arma è bianca e viene a trafiggere noi. L’acqua (per la prima volta nei suoi versi) è muta. Solo appena “…una voce che chiama” ne increspa la superficie silenziosa (…come faceva la libellula ne L’idrometra – all’inizio de Il muro della terra?). Una voce che chiama. Che cosa, o meglio, chi? Chiama il nostro nome? Sembra vicina. Che sia l’ora, della nostra esecuzione?

Esecuzione per sola voce.

Questo resta alla nostra ultima ora: una voce e il nulla. L’ora freddamente falcidia. Ad arma bianca. Dunque l‘acciaio del FONDALE nel teatrino dell’inizio, era già l’acciaio della lama che ci trapassa (il fondale della Storia). La lama (LA LAMINA?) che ci tra-passa è l’ora. In questo transito, trapassati (come trafitti, ma anche come già-passati, quindi “mai stati” – “[…] che per esser nati / non sono mai stati”), noi trapassiamo.

Opposti ugualmente in atto nel contempo, dentro lo stesso verbo, come la bestia (che “uccide uccisa”). Al presente (tempo verbale quasi onnipresente). Siamo essere e non essere insieme. Anche se non esisteva / la bestia c’era”.

Il tempo annulla e si sente solo una voce. Solo questa è la storia, alla fine. Detta con le stesse parole di sempre; quanto mai inaudite.
Con tutto quello che, sempre, resterebbe da dire.

Dissolvenza al bianco, quasi silenzio, quasi fine.

Quasi.

Entro il 7 gennaio 2013, gli ultimi quattro passi.

Esausti?

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Un Commento

  1. Pingback: GALANTERIE | Il Conte di Kevenhüller

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