BOCCIATO.

Due anni dopo.

Hey Andy, lo sai che anche Caproni ha avuto il suo quarto d’ora di notorietà? Come no, presso tutte le casalinghe di tutte le Voghere, isole comprese. Balzato agli onori (oneri) della cronaca (cronica) per via di un esamino.

Giorgio, sei famoso! Contento?

Pensa. Sulla bocca degli opinionisti della Cippa e dei giornalisti accigliati in atteggiamenti simil-competenti, in diretta dai campi di battaglia della buona (…bòna, ganza) scuola di tutta la povera Italia; e questo a soli 27 anni dalla morte! Guarda che all’Alighieri Dante ce ne sono voluti almeno 30 dal trapasso prima che se lo cagasse poi qualcuno! Bel colpo.

Negativo? No, anzi, tutt’altro: …spero di spacciare presto qualche altro reading!

Grazie Ministra Valeria Fedeli, se permette, da Lei e dai ministeriali in genere questa traccia giunse inattesa, sorpresa graditissima. Grazie. Un buon segno di apertura al “presente” che farebbe sperare.

E poi per me è stato quasi un favore personale, lo ammetto. Zie che mi chiamano entusiaste: …ma non hai visto, che quello là che leggi tu esiste davvero!?!

Cerca, almeno, di esistere.

Dopo lunga lotta, ho capitolato: esisto. Anch’io. Non ho resistito.

Dunque aggiungerò qui, così, a gratis, per quel che vale, anche il mio punto di vista sulla faccenda #Caproni2017 a bocce ferme. Magari riparto pure con il blog, stai a vedere. Mi ero perso nella foresta un’ennesima volta…

Aggiungo la mia voce al brusio delle parole, possibilmente da evitare… (Quanto ti saranno fischiate le orecchie Giorgio, il giorno dell’esame!).

Le tante parole vomitate sulla scia emotiva della vibrante  indignazione per… Un cazzo di tema d’esame di quinta superiore, pomposamente noto come Maturità.

Ma cambiamolo ‘sto nome!

Dica il candidato se è maturo. Non lo è? Bocciato.

Alla fine quel che voglio dire si riduce a questo.

Maturo?
No?
Bocciato.

Tu che leggi, se hai di meglio da fare, passa ad altro: detto questo, non avrei altro da aggiungere.

Oppure sì, cambiare nome a questa cosa (in Italia funziona) lasciandola identica così com’è che va benissimo: non più Esame di Maturità (discriminatorio e in fondo un po’ razzista e sessista a ben vedere). Basta che ci sia l’accento sulla à, quello teniamolo:

…Sai quest’anno ho la Velleità.

Oppure anche più schietto:

Ho passato l’Imbecillità!

E non ce ne staremmo tutti meglio e più sciallati? Tutti promossi, anche i giornalisti.

Dica il candidato se è imbecille.
Lo è? Solo un pochino?
Male, si potrebbe impegnare.
Ma va bene, dai…
Promosso.
Batti cinque.

(Batti Lei, …congiuntivo).

Ma chi cazzo è Caproni!?

Ma chi cazzo siete voi, è la domanda.
Chiunque voi siate.

Qui non si tratta di simpatici ignoranti contro antipatici saputi. Tutti noi ignoriamo moltissimo di tutto e sappiamo pochissimo di poco.

Se tu sai tantissimo di tutto, gli amici non te lo dicono, ma pensano che sei un povero stronzo, altro che simpatico; e hanno ragione.

Il punto è che se non sai chi è Pinco Pallo e te lo citano in un esame di Stato, magari (ma solo magari…) in difetto sarai tu, coglione.

Dimostri il candidato la sua arroganza italica.
Ce l’ha?
Promosso.
Eia eia.

(Saluto).

Istruzioni per l’uso della propria opinione in ambiti al di fuori della propria esperienza.

La vostra legittima opinione, maturata in zero secondi sulla base di zero esperienza, vergata in bella forma su di un pezzetto di carta comune e previamente appallottolata, introducetela – prego – con cura nell’orifizio della vostra cavità anale e ivi custoditela a piacere. (Consiglio letto da qualche parte sul web, mi perdoni l’autore che ignoro: l’ho espressa con parole mie).

Espletata l’operazione di corretto utilizzo della propria opinione in materie estranee alla propria esperienza (si noti che non spendo la parola competenza), potremmo anche ragionare.

Si fa per dire.

Difficile.

Il tema d’esame richiedeva un commento personale a un testo. Riportava note e imboccava le risposte.

Il fatto stesso che per commentare un testo tu ritieni di dover sapere qualcosa a priori, qualcosa che nel testo non c’è e nella tua testa nemmeno, indica semplicemente che non sei maturo. Sei solo davanti a un problema (del cazzo) e non lo sai affrontare.

Bocciato.

Non si fa nei programmi.

Vero: i prof è già tanto se arrivano a spacciarti un paio di formulette sul primo Novecento. Caproni non è da formulette e non c’è tempo.

Ma se sei maturo riuscirai ad avere un tuo pensiero (uno), al di fuori di uno schema, e ad esprimerlo in italiano scritto.

Ripeto. Un pensiero (uno) fuori da uno schema, e (attenzione) relativo ad un singolo testo (redatto in italiano contemporaneo), riportato nero su bianco, provvisto di note.

No?
Bocciato.

I ragazzi non se l’aspettavano, poracci.

Cristo santo, brutto colpo. Qualche sorpresa ogni tanto sembra che possa capitare anche nella vita, dicono. Spiazzato da ‘sta cazzatella?

Bocciato.

Lo conoscono solo a Livorno o a Genova. Se chiedi per strada…

Ma che cazzo chiedi per strada, coglione. Con questo metro arriviamo al massimo a Carlo Conti e alla sua riflessione sul prossimo Sanremo. (Che io prima di quello manco lo conoscevo… Mi sono informato).

Non conoscevi Conti?
No.

Bocciato.

Caproni mai sentito.

Prova a sentirlo, magari ha qualcosa di dirti.
Come Carlo Conti, ad esempio.

Pronto, Carlo Conti?
No.

Bocciato.

Dica il candidato che cosa c’è scritto qui.

Non ne è in grado?
No.

Bocciato.

La fine di un incubo.

Tranquilli ragazzi, è tutti finito, bocciati nessuno vedrai, era tutto finto come sempre. Giorgio Caproni, il bestemmiassimo (di questo epiteto sarebbe stato molto fiero) ha fatto un po’ scalpore e adesso sparirà per bene, non tornerà più a turbare la vostra notte prima degli esami e l’ordine perfetto delle pigne che custodirete in testa. Potrà passare tutta vita. Lasciatele seccare lì con calma.

Caproni, sparirà. Non rientrerà mai più nei programmi.
Ve l’assicuro.

Non passerà.

Tutto passato.

E questo forse, udite udite, forse alla fine è pure un bene. Che quel che passa per i banchi sta poi sul culo a tutti; ed è normale. Guarda Dante, guarda Leopardi…  Salviamo Caproni dai programmi obbligatori. Un programma ministeriale: come si fa a non odiarlo già dal nome.

Scendo.

Buon proseguimento.

Sospensione.

ARIETTA TENORILE.

Ebbene sì, a piccoli passi, in ritardo di anni, si procede in dirittura della fine.
Parlo del testo naturalmente, non sia mai.

“Io non vedo più niente”.

Testo che parla chiaro; per questo è oscuro. Io non vedo più niente. Non significa che non ci sia altro. Significa che io non lo vedo. L’io di passaggio, un altro – probabilmente l’ultimo transito d’un ennesimo transfugo vede scempio e malvagità, ingiustizia (nequizia) nei tempi e nei luoghi del mondo, nella storia (…i vili mercati d’anime, le sparatorie, come detto nella Piccola Cordigliera che apriva questa serie di fuggitivi diversi). Non più altro. Il tono del titolo tenta di stemperare l’amarezza dell’assunto.

“…Ah che tempi signora mia, che tempi!” Ah sì. Praticamente i tempi che a turno vivono tutti i viventi: esistenti, esistiti ed esisturi, almeno una volta nella vita, procedendo questa per chiunque nello stesso modo, se non erro. Quel che leniva il rigore delle tempeste non è più o non è più percepito: non più l’accoglienza allegra dell’osteria, dell’acqua-fuoco in bottiglia, l’umanità calda e leggera. L’erba verde è ormai del tutto nera.

[…] Era buio. Era sera.

Amarezza. Rimpianto, certo. Per voce tenorile (come prescrive una nota al testo), ironicamente artefatti in arietta. Dove Gozzano avrebbe ordito un dagherrotipo o una bella stampa ottocentesca, in Caproni la cornice è spesso sonora; il valore è identico.

…Dai che adesso canta!

No, nella mia esecuzione vocale non ho dato di petto e non ho composto velleitarie arie dilettose, per associare a quella di Giorgio Caproni la creatività di un ego smanioso di riflesso. Un altro al posto mio l’avrebbe fatto. Bravo. E invece guarda un po’ questo bastian contrario: la sua voce cerca sempre di sparire dietro il testo (risuonando del contesto). In questo progetto, il progetto era questo.

Capodanno in alleg(o)ria.

Aspettando la mezzanotte.

Ricapitolando brevemente, è ormai chiaro che in queste Altre Cadenze la caccia alla Bestia e il Conte non c’entrano più niente. Stessi accordi – stessi ritmi e immagini ricorrenti – modulati in canzoni diverse.

Ricetta frizzante per il Gran Cenone.

Ecco un VECCHIO ZINGARO. Niente di bucolico e romantico. Un transfugo come gli altri: in fuga (o di passaggio, volente o no) verso altri luoghi o luoghi altri. Ma tu guarda come questa condizione assomigli a quella di chiunque. Tu vaneggi, mio caro: io sono qui, ben piantato, fermo, saldo e non me ne vado. Non te ne vai, adesso; certo. Tra quanto te andrai? Moltissssssimo tempo. Potrai opporti?

E poi tutti il trenino!

Ecce homo. L’uomo chi. L’autore? L’essere umano. L’essere. Il chiunque? Il cosoconduegambe, il guidogozzano? Il lettore? Quindi tu, non io. No certo! Io. Alcuni io. Quasi mai io. Un vecchio girovago, ad esempio. Niente di romantico e bucolico. Un cinghiale, che ha scelto.

Attenti ai botti: impugnateli bene!

Seduto su un pietrone (saldissimamente piantato al suolo), in prossimità di un ponte: posti da cinghiali, appunto. E infatti ecco un fiume, una pietraia, un monte; il cono d’ombra che proietta a valle (“…nella grande ombra del monte”, la cui parete speculare sarà “la trita ombra del niente” sul finale). Erba e ombra. Ancora questa l’ambivalenza cardinale ricorrente in tutta l’opera, soprattutto nella seconda parte. Erba che da verde si fa nera, col semplice volgere del pianeta. Ma pensiamo ad altro.

Alleg(o)ria, è Capodanno!

Il vecchio cinghiale si è eclissato, proprio come quell’altro sulla Piccola Cordigliera… Questo ha mosso però un passo ancor più radicale; dopo l’ultimo carrozzone, si è alzato e di sua sponte è sparito verso il monte, nell’ombra. Non si sa dove.

Osservo graficamente la lunga pausa sulla carta: viene riprodotta dalla rappresentazione digitale dei picchi del file audio, come una piana tra due alture. Poco prima del finale: dal minuto 0:56 al minuto 1:00 circa.

Meo amigo Charlie Brown.

L’equivalente del bianco sul foglio. Contemplo la landa desolata e piatta del silenzio-nulla-ombra, compresa tra due picchi di suono e un po’ me ne compiaccio. Tacere è il culmine della mia dizione. Il punto in cui andandomene, resto.

Che sia lì, il vecchio zingaro?

Buon inizio e fine.

Ripresa a mille.

La data dell’ultimo post su questo blog risale al 15 maggio scorso: sei mesi fa.
Mio figlio Pietro ha sei mesi. Che ci sia un nesso?

Effettivamente mi è sempre parso esprimere a modo suo qualcosa in contrario ogni qual volta che mi sentisse picchiettare sui tasti per più di un minuto d’orologio. Probabilmente lo considera un evento contro natura. Probabilmente lo è.

Fatto sta che le fasi del sonno dei neonati tendono ad assestarsi dopo i sei mesi. Ed eccomi qui a farla in barba al piccolo.

Dove eravamo rimasti?

Eravamo rimasti a quota mille, in una “…località negletta dell’Alta Val Trebbia”; sfiniti dalla caccia  ci eravamo rifugiati lì. Al freddo, a battere i denti, ma felici. Qui “in questo acciaio” dove “l’ombra / non tenta nemmeno i festanti”. Qui “All’osteria” conl’antico mezzo litro”. Allegorie ormai familiari.

Uno dei componimenti più citati e conosciuti dell’ultimo Caproni, apparentemente uno dei più semplici; in realtà la sua cristallina complessità richiederebbe un commento ben più approfondito di quanto mio figlio non  mi permetta di questi tempi… Ma crescerà, e LA PICCOLA CORDIGLIERA, O: I TRANSFUGHI (il componimento riporta in seconda opzione il titolo dell’intera sezione) non scompariranno mai: se ne staranno lì per sempre, sulla pagina o in un file, ad attendere un momento o un commento migliore. Che potrebbe anche non arrivare mai.

La complessità di questo testo nella sua semplicità apparente è tale che riporta stratificati tutti i sedimenti di una vita poetica, come una parete a strisce variegate di roccia (…“di faglia / in faglia […] già di lavagna”). Quasi un testamento poetico, il sunto di una vita in versi. Più che un repertorio o una raccolta di luoghi caproniani, un luogo in sé (ammesso esista la categoria del dove).

Ben tornati.
Buon ascolto.

P.S. …Se il plugin vi assite, da questo link potrete ascoltare una lettura e commento di questo testo da parte del compianto prof. Croce dell’Università di Genova andata in onda su Radio Rai nel 2009.

P.P.S. Avrò il piacere e l’onore di presentare dal vivo questo ed altri percorsi di caccia e di fuga domenica 23 novembre 2014,  a Bra (CN) all’interno del Festival CHIAMATA ALLE ARTI.
Dalle 17:30 con quattro chiacchiere sul tema, in una intervista a cura di Andrea Dellapiana. In serata, dalle 21:30 con “IL FRUSCIO DELLA BESTIA IN FUGA” da “Il Conte di Kevenhüller” di Giorgio Caproni, esecuzione per sola voce a cura del sottoscritto.

www.switchonfuture.it/chiamataallearti/

I TRANSFUGHI

Personaggi in fuga, in transito. Passano. Scappano? Trapassano. Personaggi da qualche altra parte, in qualche altro dove (ammesso esista un dove). Fughe perenni, future e passate. Come gli umani: sempre in transito fugace.

RIFIUTO DELL’INVITATO.

Il primo di questi cinque testi della sezione I Transfughi, dà voce direttamente a Lui in Persona, l’Illustrissimo, il presunto o sedicente o certo Masterchef dell’Universo, il più corteggiato e ambìto degli ospiti, il concorrente Numero Uno Assoluto dei giochi a premi e quiz di tutti i tempi.

Quello che chiunque vorrebbe al proprio fianco anche solo per un ruba-mazzetto. Il complice/compagno/alleato perfetto. Il testo, ironicamente dedicato a Giorgio Devoto (…ennesimo io-giorgio degli innumerevoli apparsi?), ci riporta finalmente e fedelmente niente di meno che: la voce di Dio. In persona. Esiste più perfetta prosopopea? Invitato e strenuamente pregato, finalmente Egli risponde.

Che disdetta.

Ma accidenti: declina, non può proprio restare. Non gioca più, se ne va. Deve avere affari più importanti altrove. Però è gentile e ci spiega il perché e il percome e ci rassicura: meglio così.

E dire che sarebbe stato decisivo, decisamente decisivo. Un vero peccato. Questo cerimonioso Signore ama farsi pregare, malgrado ci preghi di non farlo, pare. Proviamo a insistere… Macché, niente da fare. Transfugo chissà dove.

(Ma “…il dove / non esiste?”. Bello perdersi in questi VERSI CONTROVERSI).

Tom Waits.

I cineasti di piglio alternativo gli affibiano per lo più la parte scontata e didascalica del satanasso (e lui, bontà sua, la fa) ma per me Dominiddio, se proprio dovessi dargli un ghigno, ha il muso e il piglio di mr. Waits.

Mio idolo assoluto. Esiste per certo, mi è apparso una volta. Dove? A Milano, Teatro degli Arcimboldi, luglio 2008. Avevo pagato caro il biglietto e ridevo come un bambino. Ma lasciamo stare. Un qualche invitato per sostituire Dio non poteva mancare. Chi meglio di lui. Non serve manco l’invito, basta il codice di YouTube.

Fuori per affari.

Lui (intendo Lui il Maiuscolissimo) c’è, per carità, ma è che ha da fare; è in fuga per qualche motivo, altrove. Un transfugo, appunto.

Mr. Waits – da buon anglosassone – lo dà in giro per affari. Caproni non si sbilancia: ci dice che gioca, beve, si annoia; cosa abbia di così impellente e irrinunciabile da fare non è dato saperlo (essendo italico direi le ferie); ci dice però che ha uno suo staffiere… Deve essere un tipo che viaggia all’antica, se la passa bene. Caproni ce lo mostra (ma guarda un po’!) indovina dove.

Sulla porta.

La porta che porta dove si è già e che (intransitiva) resta biancomurata? Proprio quella. Quanti personaggi caproniani stanno sulla porta, al portone, nell’androne, nel protiro, sull’uscio, nel corridoio dello scompartimento, ai vetri, alla finestra – che poi è una porta solo un po’ più alta.

Sono (siamo) tutti affacciati ad un riquadro-soglia spazio-temporale. Tutti lì lì per andare. Ma che Caproni sta in fissa con gli infissi è una battuta da quattro soldi che ho già speso, non la ripeterò.

Se mai dovessi ripeterla, prendetela alla leggera: è solo un gioco. Fate come dice Dio: state allegri.

Ciao cari.

Qui la partitura è talmente chiara che basta ascoltarla (per avere la certezza di non saperla comprendere affatto) e risuona nella mente un certo sparo: …quello che all’inizio dell’operetta a brani, con un colpo, fredda il direttore: “l’orchestra dovrà far senza”. Ed ecco qui – quasi a fine corsa – questo consiglio che suona imperativo, come la famigerata offerta che non puoi rifiutare. Lo riporto qui sotto, papale papale, per chiarezza cubitale.

“FATE / SENZA DI ME.”

(Parola di Dio).

Addio.

 

 

 

 

PER SEZIS ALL’OSPIZIO

La volta scorsa, tergiversando col cappello in mano, l’uomo scimmia ha fatto un gran fumo trascurando l’arrosto. Il testo, il contesto, la cornice… Riprende il discorso oggi al volo, quasi puntuale, una settimana dopo.

Ripassino.

Con Riconoscenza siamo – all’interno de Il Conte di Kevenhüller di Giogio Caproni – fuori dal corpus poematico principale (IL LIBRETTO, LA MUSICA), quello per intenderci ispirato al tema della caccia alla Bestia. Ne siamo usciti dopo Smorzando, tra echi lontani di spari sull’orchestra che sfumava in sordina; da quel passo in poi comincia un’altra musica, come l’autore sottolinea chiaramente titolando questo terzo tempo a caratteri cubitali ALTRE CADENZE.

Cadenza.

Tra queste cadenze altre, cadono – e insisto su questa caducità temporale per evidenti assonanze musicali, filosofiche ed esistenziali – le sezioni dette Galanterie e poi Versi Vacanti e tutto il resto del testo, fino alla fine. Terminata l'”Operetta a brani” il pubblico defluisce ciarlando fuori dalla sala; lascia il luogo della scena, sicché il fuori scena di prima diventa lo scenario di adesso: marginali vicende esistenziali diventano oggetto del testo.

Con i Versi Vacanti eravamo ormai all’aperto tra nebbie e dirupi: componimenti brevi, tutti più o meno andanti, mobili, vacillanti o persi, come i loro soggetti. E arriviamo ora a questi componimenti (dei quali Riconoscenza è il primo) racchiusi in un altro paragrafo intitolato Per Sezis all’Ospizio. Ennesima dedica caproniana. A chi?

Latterie, osterie… Ospizio.

Siamo ormai ai margini dell’azione, là dove si esiste o si resiste; certo, “…non è finita ancora”. Ma qui tutta l’epica del Kevenhüller, fatta di cacce furibonde, assalti a prede predatrici, cacciatori cacciati, selve, serpi, sassi e spari, lascia il campo ad un’altra epica minore, sempre ricorrente in Caproni, dal 1932 al 1990: quella minimale delle osterie, dei luoghi del rifugio (…qualcuno ricorda Gozzano?); rifugi temporanei alle notti fonde e ai temporali (esistenziali), alle nebbie, all’umido, alla sera (alla morte?); nascondigli “sociali” a loro volta marginali rispetto ai luoghi non giurisdizionali caproniani. Scatola nella scatola, cornice nella cornice, una mise en abîme. L’ultimo (definitivo) di questi antri (…androni) ospitali temporanei è appunto l’Ospizio. Scritto maiuscolo: definitivo. Lì sta il nostro Sezis.

Chi è Sezis?

Immagine patetica? Non in Caproni. Che il dedicatario di questa sezione fosse un vecchio, era chiaro: sta all’ospizio, bella. Sta finalmente sotto al disco rosso della sua stazione: è ben oltre l’ultimo borgo, è all’ultimo parcheggio mondano prima del loculo. Il tono è vagamente ironico. Sta dove si giunge in attesa del decorso completo di una letale forma di mutazione biologica che si innesca al concepimento, comunemente nota o volgarmente detta: vita.

Gli portano i fiori. Che cari.

Ma supponendo che Sezis sia qualcuno, non si coglie fino in fondo il senso della dedica e dunque dei testi che questa introduce. Sezis non è un nome proprio, bensì un termine che in argot (gergo) francofono, significa sé stesso. Puoi verificarlo su Google, scoprendo un accurato articolo (l’unico sul tema), di Rodolfo Zucco in 0,28 secondi di lunga attesa.

E grazie.

Che Caproni si rispecchiasse in Sezis non l’avrebbe mai dubitato nessuno. Ma che Sezis fosse un pronome e significasse proprio sé stesso in un gergo francofono, è un po’ meno intuitivo. Così una semplice prosopopea può giocarti uno dei suoi scherzi preferiti. Sezis non è qualcuno: Sezis è la personificazione dell’autore, uno specchio in grado di riflettere l’immagine di chiunque. Sezis è chi scrive, quindi anche chi legge.

Per sé stesso allo specchio.

Ancora una volta in Caproni l’autore (l’io lirico, uno dei tanti) è solo un pronome schermato da un gergo diverso, il nessuno nascosto dentro le parole, nella selva del testo. Bestia sfuggente a sé stessa, figurati a chi la cerca, infrattata com’è tra le felci fruscianti di un nome-schermo che fa da specchio. Un pronome. Un coso (un guidogozzano) che sta al posto del nome; nome che sta al posto del vivente. Che bizzarria. Che lezione. Roba da correre ad aggiornare il curriculum. Ma tutta l’esperienza (come quella della caccia o del flagello della Storia) in cosa si riassume infine: sparisce insieme a chi la vive; è ancora una volta quella “…testimonianza morta, che vale quanto una fantasia”.

Tematica fondamentale in Caproni, molto ricorrente; qui è detta magistralmente così:
“Nella memoria / degli altri, resterà una storia / – bianca – mai esistita”.

Poetica elementare.

Sicché il soggetto è infelice (desdichado), di umor (…humor?) nero, al punto tale che anche il bicchiere (vitale icona caproniana di sempre) gli risulta letale. Al punto tale che, morto il (povero) Diavolo, rimane – solitario – il male. Che iattura. Ridiamoci su, con una sciocca battuta. Magari banale. A denti stretti. A sfondo sessuale.

Buon ascolto, senza il quale questo mio finale apparirà un vaniloquio.

CURRICULUM, O: IN UMOR NERO

EL DESDICHADO

IATTURA (I, II, III)

RICONOSCENZA

Tenetevi forte, ho fatto due conti e sono cifre grosse per un blog così drammaticamente privo degli ingredienti di successo dell’era del web 2.0 (razzi e mazzi, vette e muli).

Do ufficialmente i numeri.

Questo audioblog registra in media 24 visite al giorno dal maggio 2011, per un totale di ventiquattromila e spingi accessi. Così anche dal 16 aprile dell’anno scorso ad oggi, data dell’ultimo post: quel VALE PECUNIA che proponeva una libera donazione.

Nell’arco di quest’anno il blog si è preso una pausa (…ho avuto un po’ da fare in giro), ma ha registrato 3.718 graditissimi ospiti. Di questi ben quattro si sono dati all’azione, facendo valere la valida e mai vile pecunia a mio sfacciato favore, donando la somma complessiva di ventisei euro (26,00€) esentasse, puliti.

Il successo può dare alla testa.

Il dato mi esalta e mi incoraggia a continuare. Non so se mi spiego: ben quattro persone mi hanno donato in media 6,5 gocce del loro sangue in un anno, il che è tantissimo e tra poco ne dimostro il motivo. Ma prima è il turno della lettura odierna, perché si ricomincia (avrei ricominciato comunque) e arriveremo fino in fondo; e guarda caso, questa di oggi si intitola proprio Riconoscenza.

Coltivatori/macellatori.

Visitatori (da aprile 2013 ad aprile 2014): 3.718
Donatori: 4 (eroici, fantastici: grazie!)
Provenienza: Fidenza, Brescia, Bologna e Bibbiena.
Ricavo totale: 26,00€
Media per donazione: 6,5€

Per ringraziare i miei quattro lettori preferiti ho una piccola sorpresa. Vorrei risparmiare loro la fatica dell’occhio sullo schermo quindi tutto il testo che segue, se desiderano ascoltarlo, glielo leggo. Ovviamente potrà ascoltare chiunque, ma è grazie a loro.

Accendo un microfono casalingo, proprio qui, adesso, e comincio. Il risultato audio è un po’ grezzo, si sente: un piccolo presente, ma sincero. (Anche questo file è su Soundcloud). Click su play e buon ascolto.

Meglio del Manzoni.

Fantastici Quattro. I miei quattro eroici lettori superano nel mio affetto i venticinque famigerati del Manzoni; lui ci si faceva dell’autoironia, io lo dico sul serio: grazie davvero. I miei quattro lettori attivi mi hanno donato in media più di sei euro ciascuno. Significa che se fossi riuscito a convincere anche solo un terzo dei tremilasettecento della bontà del mio lavoro, al punto da indurli spontaneamente ad offrirmi un caffè pari a questo (con cappuccino spremuta e cornetto), il mio ricavo su questo fronte sarebbe stato di seimila euro (6.041,75€), pari a cinquecento euro (503,47€) al mese. Una bella sommetta, che avrebbe validamente sostenuto i miei normali sforzi di sbarco del lunario in attività varie, non tutte artistiche, che sottraggono necessariamente parte del mio tempo a queste.

Sognare è gratis, abbondiamo.

E se fossi stato abbastanza bravo da convincerli tutti? In fondo stando al dato di realtà, con questa media, si tratterebbe di circa cinquanta centesimi al mese per ogni lettore (fatevi il conto). Non è impossibile, anzi: secondo me ci stai già facendo un pensierino anche tu. Intanto continuo con la mia sognata alla grande… Dunque, se tutte le tremilasettecento persone avessero mantenuto questa media, io avrei tirato su la bellezza di ventiquattromila euro (24.167,00€) in un anno: duemila euro al mese. Così: autonomamente, senza patrocini, vassallaggi, assessorati politici in conflitto aperto coi congiuntivi, senza fondi pubblici crestati come vette alpine da spendere in …qualcosa tanto per dimostrare che si è fatto qualcosa, che poi passata la festa gabbato lu santo.

Un anno da leone.

Se tutti gli avventori di questo locale virtuale facessero come i miei quattro idolatrati lettori, e lasciassero la bellezza di cinquanta centesimi al mese nel porcellino, io camperei benone, del mio lavoro, onestamente, liberamente, col frutto del mio ingegno (il che, per quanto malvisto in Italia, non mi pare sia ancora reato). Ok, magari solo per un anno, …ma che anno! E per il prossimo vorrà dire che mi sbatterò ad inventarmi qualcos’altro. In fondo, questo è il mio lavoro.

Il grido di battaglia.

Tutto ciò rinsalda la mia ultima certezza ideologica residua, riassumibile nel grido di battaglia: “è la somma che fa il totale” (cit.: Totò). La somma degli atti degli individui fa il totale dell’umanità in una data area geografica. Sono i singoli individui che decidono che mondo debba essere questo. Nessun altro al loro posto. Partiamo da un esempio alto ed illustre come si conviene ai discorsi sui blog. Partiamo dal cesso. “Lascia questo posto come vorresti trovarlo”.

Falla fuori.

L’ho letto più di una volta ed è saggio. Molti pensano che la piega del mondo dipenda dai marziani, da Paperon De Paperoni, dalla Banda Bassotti… riuscendo così a deresponsabilizzare ogni propria scelta. Così non scelgono, o peggio: scelgono il peggio. La fanno di fuori. Non si danno pena di centrare il buco, anzi annaffiano la ciambella e gli angoli del piastrellato con un misto di risentimento e di rassegnata disperazione, quando potrebbero semplicemente non farlo. Il cesso di mondo dipende proprio da loro. Come tutta la letteratura dipende da chi ha in mano il testo in quel momento. Non se ne accorgono, non vogliono crederlo, non si rendono conto di quanto dipenda da loro, da un singolo, dalla scelta di un istante e dalla responsabilità di ciascuno. Di come tutto sia reciproco: il mondo che incontri è il mondo che crei. Non se ne rendono conto. Quindi non cambiano un gesto, non prendono la mira, non muovono un dito, nell’attesa che sia qualcun altro a farlo. Ti diranno che uno non serve a niente, uno è troppo poco. Non credo. Ad esempio non rinuncerei ad uno solo dei miei quattro impavidi lettori che centrano il buco. Per me ognuno di loro è il mondo intero.

…Perché?

Per un banalissimo ed elementare motivo: una è la vita. One shot. Uno è l’istante trascorso nel tempo in cui l’hai detto, tramontato in eterno. Ognuno di noi sceglie, agisce e scompare. Un attimo. Poi tocca all’altro. Che mossa farà? Sta a lui. Il mondo in ogni preciso momento è la somma algebrica di questo processo numericamente complesso, che per il singolo si riduce e semplifica nel risultato netto di: uno.

Tutti per uno, uno per tutti.

I miei quattro moschettieri hanno deciso che questo può essere un mondo in cui un tale può agire la cultura al di fuori delle accademie e delle logiche da quattro soldi del potere in questo ridente paese e che, se lo fa bene, con disciplina, a regola d’arte, o se torna utile o semplicemente ti distrae per un’oretta o due, quel tale (che potrei essere io) è degno di ricevere da me (che potresti essere tu) un riconoscimento economico anche solo simbolico, a totale discrezione del prossimo. Ed è bellissimo.

La somma che fa il totale.

Somma tremilasettecento riconoscimenti simbolici in un anno e hai cambiato la vita di chi si è messo in gioco rivolgendosi direttamente a te, individuo dall’altra parte dello schermo, scavalcando inchini, vassallaggi, lottizzazioni, vecchiumi, immobilismi, pregiudizi, cialtronaggini e tutto il ciarpame di cui si ricopre la cultura italiana da secoli.

Bene, per farla breve. Io avevo qualche idea e una serie di mezzi. Li ho usati. Questo è quanto. Quei quattro lettori hanno deciso di cambiare il mondo e, per quanto mi riguarda, lo hanno fatto. Commosso li ringrazio. Io continuerò a farlo in un modo o nell’altro per tutto il resto del mio tempo. Anche tu puoi farlo, in qualsiasi momento.

Grazie.